La malattia di Alzheimer, caratterizzata inizialmente da un deficit della memoria recente e, successivamente, da una progressiva compromissione di tutte le abilità cerebrali, rappresenta la più comune causa di demenza nella popolazione anziana. Essa si manifesta generalmente in pazienti di età uguale o superiore ai 65 anni, anche se non è raro l’esordio in persone più giovani. La malattia di Alzheimer è più frequente nel sesso femminile. Si calcola che il 5.2 % degli uomini ultra65enni sia affetto da demenza di Alzheimer, mentre questo dato aumenta al 7.5 % nelle donne. E' noto che una prolungata carenza di ormoni estrogeni rappresenta un importante fattore di rischio per lo sviluppo di questa patologia. E' dunque naturale che, avendo le donne una lunga aspettativa di vita, superiore a quella dei maschi, e dovendo quindi esse fare i conti con molti anni di carenza estrogenica, la malattia di Alzheimer risulti più frequente nella popolazione femminile. Secondo alcuni autori una prolungata terapia ormonale sostitutiva nelle donne in menopausa è in grado di riportare l'incidenza di demenza di Alzheimer ai livelli maschili
Il morbo di Alzheimer, determinando gradualmente una totale inabilità del soggetto affetto, costituisce una malattia spesso drammatica e devastante, non solo per il diretto interessato, ma anche per l’ambiente familiare che lo circonda In questi casi, la donna risulta allora frequentemente coinvolta non più come paziente, ma come familiare di riferimento della persona malata, trovandosi così a dover gestire, spesso con grande difficoltà e fatica e (purtroppo) con scarso supporto da parte delle istituzioni, una situazione di estremo impegno e logorio sia fisico che psicologico.
Attualmente non ci sono cure per la MA atte a fermare il deposito di placche, grovigli neurofibrillari e morte cellulare. I trattamenti farmacologici e non farmacologici aiutano a rallentare la malattia e “controllano” i sintomi cognitivi e comportamentali.
Due categorie di farmaci sono state approvate e quindi messe in commercio per il trattamento dei disturbi cognitivi.
La prima categoria, gli inibitori delle colinesterasi, sono stati studiati per prevenire la grave riduzione di acetilcolina, un messaggero chimico importante per i processi di memoria e apprendimento, particolarmente deficitario nella MA. Cercando di mantenere elevati i livelli di Acetilcolina, questi farmaci supportano la comunicazione tra neuroni. Il rallentamento della malattia (da sei a dodici mesi) è presente nel 50% dei pazienti che assumono questi farmaci. Sono usati solitamente nelle fasi iniziali ed intermedie di malattia.
La seconda categoria di farmaci tende a regolare l’attività del glutammato, un differente messaggero chimico coinvolto nel processamento delle informazioni. Un solo farmaco di questa categoria è in commercio ed è consigliato nelle fasi moderate o severe di malattia.
Spesso la vitamina E viene usata in associazione a questi farmaci o come farmaco singolo. Un importante studio ci indica che la Vitamina E pospone in maniera lieve la perdita delle abilità della vita quotidiana e quindi il possibile posizionamento del paziente in casa di riposo. L’ipotesi alla base dell’uso di Vitamina E è il suo potere antiossidante che potrebbe proteggere i neuroni dagli insulti della malattia.
Spesso non sono i disturbi cognitivi ma i disturbi del comportamento a creare gravi problemi nella gestione del paziente con MA al domicilio. Questi includono, ansia, agitazione, deliri, allucinazioni, aggressività, vagabondaggio afinalistico, insonnia, disturbi della alimentazione. Tutti questi fattori possono avere un enorme impatto sulla qualità della vita del paziente e dei familiari che vivono con i pazienti. Sono la causa più frequente di ingresso in casa di riposo di pazienti con MA.
Così come per i disturbi cognitivi, anche i disturbi comportamentali hanno una causa biologica legata al progressivo danneggiamento neuronale.
Non dobbiamo dimenticare che alcuni disturbi comportamentali possono essere scatenati da:
1) Effetti collaterali da assunzione di farmaci o interazioni tra farmaci.
2) Malattie fisiche: spesso disturbi o altre malattie rispetto alla MA possono scatenare disturbi del comportamento (malattie polmonari, infezioni delle vie urinarie, malattie cardiache etc.).
3) Influenze ambientali: cambio di casa, domicilio non adeguato alle mutate condizioni del paziente possono causare disturbi del comportamento.
Dopo aver attentamente valutato le cause scatenanti ed eliminato i possibili fattori causanti i disturbi del comportamento è possibile intervenire farmacologicamente.
Accanto ai farmaci, sia per i disturbi cognitivi che comportamentali, esistono vari interventi non farmacologici atti a mantenere e sostenere le abilità residue del paziente. La stimolazione della memoria e di altre funzioni cognitive in gruppo o singolarmente è alla base di questi interventi non farmacologici che ha visto negli ultimi anni il fiorire di molti e significativi approcci al malato di Alzheimer nelle varie fasi di malattia. Sono interventi complessi, eseguiti solitamente da una equipe di specialisti, e solitamente sono costosi. I pazienti, come dimostrato in letteratura, presentano nel tempo, dopo stimolazione cognitivo comportamentale, un significativo rallentamento della perdita delle abilità cognitive e funzionali e miglioramento dei disturbi comportamentali. I famigliari dopo aver seguito questo protocollo di informazione/formazione presentano una significativa riduzione dello stato di stress, dei sintomi depressivi ed ansiosi legati alla gestione del paziente, così come ridotta appare la percezione del carico della malattia.