Depressione, tante forme diverse: un solo malato su tre si cura




12 Nov 2016

di Carla Massi

Depressione, tante forme diverse: un solo malato su tre si cura

Non più una depressione, ma tante forme della stessa malattia. Gli psichiatri, ormai, ne sono certi e, per questo, hanno iniziato a curare i pazienti con terapie diverse. Cucite addosso come fossero un vestito su misura. Proprio questa nuova consapevolezza sta, non solo rivoluzionando le terapie, ma anche riusciendo a far uscire dal tunnel molti più uomini e donne in tempi brevi.
Anche la psichiatria, dunque, è entrata nell’era della medicina cosiddetta di precisione: valutazione dei dati genetici, biomarker, neuroimaging cerebrale o segnali spia di resistenza ad alcuni farmaci. Come spiegano gli specialisti della Società italiana di psichiatria che si sono incontrati a Milano in questi giorni. Un dato allarma: solo una persona su tre che soffre di depressione si cura davvero. Molto frequenti, tra i pazienti, interrompere da soli la cura, riprenderla o cambiare pillole da soli. Comportamenti che penalizzano il percorso della cura. «La diffidenza nei farmaci sta nella paura degli effetti collaterali e nella remota possibilità di diventare dipendente dai farmaci – spiega Claudio Mencacci, presidente della Società e direttore del dipartimento di neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli-Sacco di Milano – Ma presto sarà possibile prescrivere ad ognuno la cura più efficace. Dobbiamo sfruttare parametri che si stanno rivelando importanti per predire la risposta».

Un’indagine condotta dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna mostra che «la depressione è seconda solo ai tumori per impatto sulla qualità della vita – commenta Francesca Merzagora presidente Onda – il 70% dei pazienti finisce per isolarsi mentre il 30% soffre di disturbi della sfera cognitiva come difficoltà a prendere decisioni, scarsa attenzione e concentrazione. Diagnosi precoce e trattamento adeguato e mirato sono, perciò, essenziali». Passaggio fondamentale dal momento che oggi, dall’insorgenza dei primi sintomi fino alla diagnosi, passano ancora almeno due anni in media.
Perché? Perché oltre alla perdita di interesse e/o di piacere per le cose normali (vita professionale, sociale e di relazione) spiegano gli psichiatri, vengono modificati anche gli aspetti cognitivi. «Occhio ai cali di concentrazione e ad altri segnali come la tendenza a procrastinare una decisione. Attenzione al sonno breve e disturbato».

Da Il Messaggero

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