Interviste

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21 Settembre Giornata Mondiale dell'Alzheimer: a che punto siamo?


27/09/2010

​​Orazio Zanetti

La perdita della memoria è il primo sintomo indicatore del possibile sviluppo della malattia  di Alzheimer. Ne abbiamo parlato con Orazio Zanetti, Direttore del Dipartimento per i disturbi cognitivi nell’anziano e primario geriatra dell’Unità Operativa Alzheimer dell’IRCCS Centro San Giovanni di Dio-Fatebenefratelli di Brescia

 

1.        Dottor Zanetti, che cos’è la malattia di Alzheimer?

La malattia di Alzheimer, che prende il nome dal medico tedesco Alois Alzheimer che la identificò per la prima volta nel 1906, è una patologia neurologica – la cui causa è sconosciuta - che annebbia lentamente e progressivamente in modo sempre maggiore il cervello. Si tratta di una malattia di carattere evolutivo causata dalla morte di alcune cellule cerebrali, i neuroni. La definiamo ‘malattia evolutiva’ poiché oggi, malgrado si abbiano a disposizione farmaci per alleviarne i sintomi, non siamo in grado di arrestarne la progressione o di guarirla in modo definitivo.

 

2.        Qual è il processo che identifica a livello cerebrale il morbo di Alzheimer?

Il carattere distintivo del morbo di Alzheimer è la formazione all’interno dei neuroni di grosse placche collose che ostacolano o impediscono una normale trasmissione degli impulsi nervosi e lo scambio di informazioni vitali al cervello. Responsabili di questa condizione sono due proteine, l’amiloide e la tau, che accumulandosi nel cervello sotto forma di “detriti” generano un rallentamento fino allo spegnimento di una parte del cervello, in particolare quella deputata alla raccolta e all’archiviazione delle informazioni nei sistemi di memoria che non è più in grado di riutilizzarle quando servono. Con la progressione della malattia anche altre aree del cervello vengono danneggiate. Ne conseguono difficoltà di linguaggio, o far di conto, la scarsa consapevolezza di malattia ma anche la perdita delle capacità di svolgere le comuni attività della vita quotidiana (fare la spesa, cucinare, badare a sé stessi).

 

3.    Qual è oggi la diffusione della malattia di Alzheimer?

Si tratta di una malattia piuttosto diffusa. Oggi nel mondo a soffrirne sono all’incirca 24.3 milioni di persone di cui circa 500mila in Italia con 4.6 milioni di nuovi casi all’anno, 150mila sul nostro territorio. È una patologia che affligge prevalentemente l’anziano con una percentuale del 10% tra gli ultrasessantenni. Si tratta di una malattia che, purtroppo, non coinvolge solo il singolo ma di riflesso anche il nucleo famigliare poiché il malato di Alzheimer, specie nelle fasi avanzate, necessita di una continua assistenza. Sono circa 8 famiglie su 10 in Italia che preferiscono sostenere personalmente l’ammalato assumendosi integralmente i costi dei trattamenti e dedicandogli all’incirca 7 ore di assistenza diretta, ossia di pura cura, e 11 ore di sorveglianza ossia di tempo trascorso con il malato.

 

4.       Esistono dei segni o dei sintomi che possono dare indicazione della possibile presenza del morbo di Alzheimer?

Sì, vi sono alcuni segni premonitori di malattia, tutti indici di un deperimento cerebrale della persona. I principali sono i seguenti: la perdita di memoria che porta a dimenticare scadenze o nomi, compromettendo così anche la capacità lavorativa; la difficoltà a svolgere o ricordare attività della vita quotidiana, come ad esempio preparare un pasto e non rammentare di averlo fatto; problemi di linguaggio con sostituzione di parole semplici con improprie; il disorientamento nel tempo e nello spazio per cui il malato di Alzheimer può smarrire la strada di casa e perdersi, la diminuzione della capacità di giudizio anche per questioni semplici, arrivando ad esempio a vestirsi in modo inappropriato. A queste problematiche si aggiungono difficoltà nel pensiero astratto, ossia per un malato di Alzheimer può diventare impossibile riconoscere i numeri oppure eseguire calcoli, e nella sistemazione di cose nel posto sbagliato. Sono inoltre osservabili cambiamenti di umore o di comportamento repentini e senza ragioni apparenti; cambiamenti di personalità in cui la persona passa da momenti di tranquillità a irascibilità o diffidenza. E infine abbiamo anche la mancanza d’iniziativa con la perdita progressiva di interesse per le proprie attività. E’ quest’ultima, l’apatia, ad incidere pesantemente sulla qualità di vita dei famigliari.

 

5.       Abbiamo parlato di perdita di memoria. Che cosa ricorda dunque un malato di Alzheimer?

Può ricordare volti e momenti di parecchi anni addietro, ma non rammentare ciò che ha fatto solo un attimo prima o perché si trova in un determinato luogo.

 

6.       Qual è l’evoluzione della malattia?

Come abbiamo detto, l’evoluzione è progressiva. Dopo la memoria, può essere la volta del linguaggio che a poco a poco si impoverisce e diventa ripetitivo, e dell’intelletto che diminuisce le capacità logiche e di associazione dei pensieri, fino al coinvolgimento del comportamento che può arrivare a presentare regressioni infantili, deliri, allucinazioni, aggressività e/o fughe. Si assiste dunque gradualmente a una perdita dell’autonomia anche nelle più semplici attività quotidiane.

 

7.        Esiste sofferenza nel malato di Alzheimer?

Non è possibile, o comunque è molto difficile stabilire se il malato di Alzheimer soffra, se percepisca la sua perdita di abilità cognitive e se e quanto la rimuova. L’ipotesi oggi più accreditata è che subentri una forma di anosognosia, ossia assenza di consapevolezza della malattia che da un lato può essere una salvezza per la qualità della vita del malato, ma che dall’altro non solleva i familiari e la comunità dalla responsabilità di conoscere e riconoscere la malattia e darne assistenza.

 

8.    Quali sono gli esami da eseguire che possono confermare la presenza dell’Alzheimer?     

       È importante eseguire una tomografia computerizzata (TAC) o una risonanza magnetica cerebrale che possono aiutare in una migliore definizione diagnostica. Alcuni esami del sangue servono inoltre ad escludere malattia curabili (es. un cattivo funzionamento della tiroide o la carenza di vitamine). Sono però fondamentali per una corretta diagnosi le informazioni relative alla comparsa ed alla evoluzione dei sintomi (da parte dei famigliari) nonché un accurato esame del malato. Più precoce è la diagnosi più si alzano le probabilità di escludere fin dagli esordi la presenza di malattia, infatti non tutti i disturbi cognitivi sono il preludio dell’Alzheimer. Una volta comprovata la presenza di malattia, si potrà dare avvio a un trattamento farmacologico con l’intento di rallentare il processo degenerativo di uno, due o tre anni.

 

9.       Quali sono le terapie oggi utilizzate?

Oggi le terapie per il trattamento dell’Alzheimer sono quelle che ricorrono agli inibitori della colinesterasi, ossia quei farmaci in grado di potenziare il funzionamento dei neuroni ancora vitali e funzionanti oppure a farmaci capaci di impedire la morte prematura dei neuroni. Tuttavia la risposta a questi trattamenti cosiddetti sintomatici spesso non supera il 50%; tanto che l’ obiettivo delle nostre ricerche è oggi quello di arrivare ad intervenire sulle cause della malattia e non solo di alleviarne i sintomi.

 

9.    A questo punto mi sembra lecito chiederLe a che punto sia la ricerca.

La ricerca sta facendo passi da gigante sul versante diagnostico. Sono in avanzata definizione test mirati all’individuazione della malattia prima che il cervello ne sia danneggiato in modo eclatante. Purtroppo non è altrettanto veloce la crescita delle conoscenze in ambito terapeutico. Sono comunque molto numerose le ricerche relative a nuove molecole che agirebbero proprio sui meccanismi che provocano un abnome accumulo di proteina beta-amiloide (o di Tau). In particolare si stanno sperimentando (anche in Italia) dei vaccini “anti beta-amiloide”.

 

11. Qualche consiglio per la vita pratica. Che cosa si deve fare per ridurre al minimo i rischi di un malato di Alzheimer?

Nel caso in cui esca da solo, dotarlo di un biglietto con dati anagrafici, indirizzo dell’abitazione e contatti telefonici utili; in casa lasciare biglietti con indicazioni su ciò da non fare, ad esempio aprire il gas o un interruttore. È bene evitare di fare notare al malato errori e dimenticanze e nel momento in cui gli si parla, farlo sedendosi davanti a lui. Sarebbe anche opportuno togliere le chiavi da alcune porte, il bagno ad esempio affinché non rimanga chiuso dentro e chiuderne altre, il ripostiglio dove magari vengono conservati prodotti tossici. Occorre stabilire una routine quotidiana, scandita da vari eventi: svegliarsi, lavarsi, vestirsi, fare colazione e seguirla il più possibile. È bene dotare l’ammalato di abiti facili da indossare, privi di bottoni, cerniere e a tavola preparare il cibo già tagliato ed usare bicchieri con la base larga che non siano facilmente rovesciabili. Infine dare un aiuto anche in caso di piccole incombenze e dormire con il malato fintanto che sarà possibile.

Francesca Morelli