Interviste

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Infarto: verso la prevenzione


11/10/2010

​​Francesca Gori

Un nuovo fattore predittivo per l’infarto: è questa l’ultima conquista della ricerca. Ne abbiamo parlato con Francesca Gori del Dipartimento di Ricerca Cardiovascolare dell’Istituto Mario Negri di Milano

 

1.        Dottoressa Gori, cosa si intende per malattie cardiovascolari?

Le malattie cardiovascolari sono un gruppo di patologie a carico del cuore e/o dei vasi sanguigni. Nonostante tale definizione faccia rientrare nella categoria qualsiasi processo morboso a carico del sistema cardiovascolare, ossia le cardiopatie e le vasculopatie, nel linguaggio comune si fa in genere riferimento alle varie patologie correlate all'aterosclerosi. Il restringimento, l'ostruzione o l'eccessivo allargamento (aneurisma) dei vasi sanguigni che possono accompagnare questa malattia, sono infatti responsabili di patologie molto diffuse, come quelle coronariche (angina pectoris ed infarto), cerebrovascolari (ictus) e vascolari periferiche (claudicatio intermittens). Le patologie cardiovascolari includono anche tutti i difetti congeniti del cuore, le malattie reumatiche ad interessamento miocardico, le varie forme di aritmia, le patologie che interessano le valvole cardiache e l'insufficienza cardiaca.

 

2.        Quanto sono diffuse le malattie cardiovascolari?

Le malattie cardiovascolari sono molto diffuse nei Paesi industrializzati e costituiscono attualmente la principale causa di morte a livello mondiale. Tra queste patologie l’infarto è la più diffusa.

 

3.        Quali sono i soggetti più a rischio di infarto?

La maggioranza degli infarti si manifesta in soggetti che presentano aterosclerosi coronarica, ossia la presenza sulla parete delle arterie di una placca ateromatosa, formatasi cioè dall’accumulo di grassi e colesterolo sulle pareti dei vasi sanguigni. Questa placca è piuttosto instabile e la sua rottura porta alla formazione di un trombo che può occludere i vasi che irrorano il cuore, le coronarie, provocando quindi l’infarto, la cui conseguenza è la morte di una parte delle cellule muscolari del cuore. Infatti anche dopo la guarigione dall’infarto possono restare danni permanenti, uniti ad una perdita di funzionalità del cuore.

 

4.        Quali sono i principali fattori di rischio per le malattie coronariche?

I fattori di rischio delle malattie coronariche si possono suddividere in fattori predisponenti non modificabili, come la familiarità, l’età, il sesso maschile (benché le patologie coronariche siano in crescente aumento anche fra le donne), e fattori predisponenti controllabili, come l’aumento del colesterolo totale, soprattutto del colesterolo LDL o ‘colesterolo cattivo’, la diminuzione dei livelli di colesterolo HDL o ‘colesterolo buono’ e l’aumento dei trigliceridi, l’ipertensione arteriosa, il diabete mellito di tipo 2, l’obesità e il fumo.

 

5.        Recenti ricerche, condotte dall’Istituto Mario Negri insieme ad altre Istituzioni ed Enti sia italiani che europei, ha portato ad una ulteriore scoperta riguardo ai fattori di rischio. Quale?

Si, l’Istituto Mario Negri ed in particolare il gruppo del Dipartimento di Ricerca Cardiovascolare condotto dalla dottoressa Maria Grazia Franzosi, in collaborazione con il GISSI, il Gruppo Italiano per lo Studio della Sopravvivenza nell’Infarto ed il supporto di AVIS, ha partecipato ad uno studio europeo, denominato PROCARDIS, che ha portato ad individuare un nuovo ed indipendente fattore di rischio per l’infarto, la lipoproteina(a), una molecola a cui si dovrà prestare molta attenzione per il futuro. Con questo studio abbiamo avuto l’opportunità di analizzare il DNA di 16.000 individui ed è stato dimostrato che coloro che avevano elevati livelli di lipoproteina(a) determinati da due varianti genetiche del gene LPA, presentavano un aumentato rischio di infarto.

 

6.        Che cosa sono le lipoproteine?

I lipidi (cioè i grassi) del nostro organismo, come il colesterolo LDL, HDL e i trigliceridi, non sono solubili in acqua, per questo motivo vengono trasportati nel sangue, che è acquoso, da apposite molecole chiamate ‘apolipoproteine’. La combinazione fra lipidi e apolipoproteina è chiamata lipoproteina. Le lipoproteine sono quindi fondamentali per il trasporto dei lipidi nelle varie regioni dell’organismo attraverso la circolazione sanguigna. In particolare la lipoproteina(a) è una particella di colesterolo LDL legata alla apolipoproteina(a) che è stata scoperta nel 1963. Numerosi studi epidemiologici condotti lungo gli anni, hanno evidenziato che la sua presenza nel sangue a livelli elevati espone a un rischio significativo per lo sviluppo di patologie cardiovascolari e cerebrovascolari sia indipendentemente che in collaborazione con altri fattori di rischio lipidici e non lipidici.

 

7.        Qual è allora la novità dello studio se la lipoproteina(a) era già nota dal 1963?

La novità sta nel fatto che è stato dimostrato che l’aumento di lipoproteina(a) nel sangue non è una conseguenza, bensì svolge un ruolo primario causale nello sviluppo di malattie cardiovascolari gravi e nell’insorgenza di infarto miocardico nella popolazione europea.

 

8.        È possibile controllare l’innalzamento dei livelli della lipoproteina(a)?

A differenza degli altri lipidi, la dieta, l’esercizio fisico e le statine, ossia quei farmaci cha abbassano i livelli di lipidi nel sangue, sono pressoché inefficaci nel ridurre i livelli di lipoproteina(a) nel sangue in quanto essi sono determinati per lo più da fattori genetici, in particolare dal gene LPA. I livelli dipendono infatti dalla presenza di alcune varianti genetiche, ossia dei cambiamenti a livello di una singola base del DNA che costituisce tale gene.

 

9.        Quali sono i risultati dello studio?

Lo studio ha rilevato che una persona su sei è portatrice di almeno una delle due varianti genetiche ed ha di conseguenza livelli più elevati di lipoproteina(a) ed un rischio di infarto raddoppiato rispetto ai soggetti con genotipo normale mentre in soggetti portatori di entrambe le varianti il rischio è quadruplicato. Lo studio ha altresì rilevato che non esistono differenze di rischio legate al sesso e all’età sebbene i livelli plasmatici di lipoproteina(a) differiscano tra maschi e femmine e fra etnie.

 

10.  Uno stile di vita corretto può comunque aiutare a diminuire lo sviluppo di lipoproteina(a)?

Sì, la raccomandazione – benché il rischio di sviluppo di infarto a seguito di alti livelli di lipoproteina(a) sia comunque inferiore a quello determinato da elevati livelli di LDL - è sempre quella di ridurre al minimo gli altri fattori di rischio assumendo una dieta sana, facendo attività fisica e controllando il fumo e così via.

 

11. E’ possibile controllare l’innalzamento dei livelli con una terapia farmacologica?

Sì, i farmaci più efficaci sembrano essere la niacina, conosciuta da tempo, e due altri di prossima immissione sul mercato: l’anacetrapib, un inibitore della CEPT e il mipomersen, un inibitore della sintesi dell’apolipoproteina(b) direttamente correlati alla lipoproteina(a).

 

11. Come conoscere i livelli nel sangue di lipoproteina(a)?

È sufficiente effettuare un prelievo ematico presso centri specializzati nella cura delle dislipidemie. Il controllo dei livelli di lipoproteina(a) o l’esame del DNA non sono esami che vengono normalmente eseguiti su pazienti con malattie cardiovascolari, il mio suggerimento è pertanto una monitorizzazione in soggetti con familiarità per questo genere di malattie, in particolare cardiopatia ischemica prematura, dislipidemia o iperlipidemia refrattaria alla terapia.

Francesca Morelli