Interviste
Sorvegliare i sintomi del carcinoma ovarico: la prima prevenzione
07/03/2011
Franco Odicino
Il tumore dell’ovaio è il sesto tumore più diffuso fra le donne, con 5.000 nuovi casi ogni anno. Rappresenta uno dei tumori femminili più pericolosi perché circa il 70% dei casi viene diagnosticato quando è ormai in fase avanzata. Eppure oltre un terzo delle donne italiane lo crede identico a quello dell’utero, e la percezione del rischio riguardo a questa neoplasia è ancora molto bassa. L’informazione diventa pertanto un fattore chiave per contrastare questa forma di tumore. Cosa devono sapere le donne? Quali sono oggi le cure per il carcinoma ovarico e le future aspettative? Ne abbiamo parlato con il Professor Franco Odicino, Dipartimento Ostetrico-Ginecologico, Spedali Civili di Brescia
1. Professor Odicino, che cos’è il tumore ovarico?
Con il termine di tumore ovarico si intende un gruppo ampio ed eterogeneo di neoplasie che insorgono dall’ovaio. Il tumore ovarico più frequente è quello di origine epiteliale (il tessuto epiteliale è uno dei tessuti che costituiscono l’ovaio) rappresentando nella sua forma maligna, definita carcinoma ovarico, il tumore ginecologico più pericoloso in quanto di difficile e spesso tardiva diagnosi clinica. Questo purtroppo si traduce in un’elevata mortalità per le pazienti diagnosticate con malattia in stadio avanzato, anche se grandi progressi nella terapia sono stati fatti negli ultimi 20 anni.
2. Quali sono i principali fattori di rischio associati a questa malattia?
Il fattore di rischio più importante è l’età, infatti il picco di incidenza maggiore lo si registra tra i 50 e i 60 anni, dunque nelle donne in età peri o postmenopausale. Il ruolo di altri fattori di rischio, quali la storia riproduttiva, la dieta, i fattori ambientali, l’uso di farmaci, la storia familiare, è stato ampiamente dibattuto nell’ultimo ventennio e tra questi, sembrano avere maggior rilievo le alterazioni del patrimonio genetico che possono portare a una predisposizione più o meno importante allo sviluppo del tumore ovarico. Però soltanto il 10% dei casi di carcinoma ovarico vengono oggi riferiti a forme di “predisposizione ereditaria”, anche se recenti ricerche tenderebbero a dimostrarne una più alta frequenza.
3. Quali sono i sintomi da sorvegliare per il tumore all’ovaio? Quando cominciano a manifestarsi?
Il grosso problema del carcinoma ovarico è la paucisintomaticità; all’esordio i sintomi della malattia sono spesso sfumati e di lieve intensità, tali da essere confusi con le alterazioni dell’attività dell’apparato gastrointestinale: stitichezza, sensazione di gonfiore addominale, diarrea, difficoltà digestive, nausea, aumento della circonferenza addominale, dolori in sede pelvica o lombare. Più raramente si presentano disturbi di tipo respiratorio, quali affanno e fame d’aria, o tumescenze alla base del collo. Il suggerimento è quindi di non banalizzare sintomi gastrointestinali poco importanti, specialmente quando compaiano ex novo e/o tutti insieme senza causa apparente in donne in età perimenopausale e siano persistenti a lungo.
4. Quali sono gli esami a cui una donna dovrebbe sottoporsi regolarmente?
La forma di prevenzione del carcinoma ovarico è oggi ancora rappresentata da visite ginecologiche, possibilmente corredate da ecografie transvaginali, disponibili presso la maggior parte degli ambulatori specialistici, pubblici e privati. L’ecografia, se necessario, dovrà essere affiancata anche da TAC dell’addome, da clisma opaco con bario e da risonanza magnetica che hanno lo scopo di verificare, specie in presenza di malattia già conclamata, la diffusione del tumore e la presenza di eventuali metastasi nel cavo addominale. Il PAP test, invece, non ha alcuna utilità ai fini della diagnosi di questa neoplasia. Inoltre, è possibile una valutazione anche dei markers tumorali, in particolare quello più utilizzato e specifico per il carcinoma dell’ovaio è il CA125, anche se la loro attendibilità è relativa poiché valori elevati possono essere presenti in molte situazioni tumorali sia ginecologiche che non, sia in patologie non neoplastiche come epatopatie croniche, pancreatite.
5. Oltre un terzo delle donne italiane confonde il tumore all’ovaio con quello dell’utero e l’87% non ne hai mai parlato con il proprio medico. Qual è il ruolo del ginecologo nell’informazione alle donne e nella diagnosi di questo tumore?
Il ruolo del ginecologo è fondamentale per far conoscere alle donne questa malattia e spiegare quali sono i sintomi, seppure aspecifici, che il tumore ovarico può comportare. Inoltre, un elemento da considerare è che il carcinoma ovarico è ancora una patologia scarsamente conosciuta dai medici di famiglia: sarebbe dunque importante una maggiore sensibilizzazione, in modo da poter collegare i sintomi anche alla possibilità della neoplasia e indirizzare tempestivamente la paziente dal ginecologo. Quindi al momento l’obiettivo che il ginecologo deve porsi è quello, se non di una diagnosi precoce ancora difficile, sicuramente di una diagnosi il più possibile tempestiva che possa migliorare la prognosi della patologia.
6. A seconda delle forme e degli stadi della malattia ci sono percorsi terapeutici differenti e diverse aspettative per le pazienti. Come il ginecologo può collaborare con l’oncologo nell’individuazione e nella gestione del percorso terapeutico ideale per la paziente?
L’ideale è la presa in carico di tali pazienti da parte del ginecologo oncologo, una figura professionale caratterizzata da un particolare percorso culturale e di formazione. Nei paesi di cultura anglosassone tale percorso professionale è codificato da decenni mentre da noi tale condizione ancora non esiste ufficialmente. Ne deriva che la collaborazione tra ginecologo e oncologo è fondamentale sia nella fase di diagnosi della patologia sia nella fase di definizione e gestione del percorso terapeutico. Il ruolo che il ginecologo può svolgere in tale fase è di importanza fondamentale: in caso di diagnosi di carcinoma ovarico, un trattamento chirurgico adeguato è mandatorio. L’obiettivo primario della chirurgia è la “citoriduzione ottimale”, cioè l’asportazione chirurgica di tutta la malattia visibile. Il raggiungimento di tale obiettivo permette di osservare netti miglioramenti dei tassi di sopravvivenza. La valutazione precisa delle caratteristiche della malattia e della sua diffusione permettono poi di impostare il trattamento medico postchirurgico più adeguato. Ottimizzando quindi la risorsa chirurgica e quella medica si può sperare di evitare la recidiva o almeno cercare di posticiparla il più possibile.
7. Dopo quasi quindici anni di assenza di novità rilevanti per il trattamento del tumore ovarico, recenti studi sulle terapie anti-angiogenesi hanno raggiunto risultati positivi e incoraggianti. Che cosa è emerso?
Scopo dei farmaci anti-angiogenetici è quello di aiutare a controllare la proliferazione tumorale e le metastasi con un impatto limitato sugli effetti collaterali della chemioterapia e gli studi recentemente presentati a livello internazionale hanno confermato che con un farmaco relativamente poco tossico è possibile ottenere un prolungamento di alcuni mesi di questa “sopravvivenza libera da progressione”, con un miglioramento della qualità di vita. La nostra speranza, che tuttavia dovrà essere valutata con un follow-up più prolungato, è che vi possano essere ricadute positive anche sulla sopravvivenza in assoluto.
Francesca Morelli




