Interviste

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Un vaccino per le giovanissime contro il tumore del collo dell'utero


10/01/2008

Mario Sideri

1. Dottor Sideri, che cosa è innanzitutto il papilloma virus (HPV), all’origine del carcinoma del collo dell’utero?
Il papilloma virus, l’HPV, è un virus piuttosto comune, costituito da più di 200 tipi virali. Di questi, 100 sono conosciuti: 60 colpiscono la pelle e 40 le mucose. Nel gruppo mucosale, 13 sono oncogeni, ossia sono virus che possono causare il tumore. Dico possono, perché solo eccezionalmente lo generano. Dunque i timori legati alla sigla HPV, spesso non hanno ragione di essere.

2. E’ stato di recente messo a punto un vaccino in grado di prevenire l’infezione dei tipi di HPV più comuni. La notizia è eccellente per il mondo scientifico. Ma la popolazione, le madri in particolare, la accoglieranno altrettanto favorevolmente o secondo Lei è necessario creare una coscienza della vaccinazione?
Ogni nuova conoscenza comporta una maturazione culturale nella popolazione. Occorrerà quindi un po’ di tempo perché si crei una vera e propria ‘coscienza della vaccinazione’; ogni informazione dovrà essere prima trasferita in maniera corretta ed esaustiva e poi fatta propria da chi la riceve. Posso dire in generale che le madri sono abbastanza favorevoli mentre ho notato una maggiore perplessità tra la classe medica, a parte la resistenza alla vaccinazione in sé come forma di approccio alla malattia.

3. Il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità hanno promosso una campagna di vaccinazione gratuita rivolta alla coorte delle 12enni. Che ne pensa di questa prevenzione a “misura di bambina”?
La scelta di rivolgersi alle dodicenni non è casuale ma tecnica: il vaccino che promuoviamo ha infatti lo scopo di prevenire una infezione legata all’attività sessuale e, come tale, è pienamente efficace prima che questa inizi. Dodici anni rappresentano una età in cui il 99% delle bambine non ha ancora avuto rapporti intimi e dunque la fascia più candidabile alla vaccinazione. Eseguire la profilassi prima di questo tempo, ad esempio nell’età infantile, quando è escluso qualsiasi tipo di relazione sessuale, sarebbe inutile ed anzi si perderebbero circa 10 anni di protezione. Una seconda motivazione è di ordine pratico: i dodici anni sono anche l’età in cui vengono fatte altre vaccinazioni o richiami, ed è quindi l’occasione per recuperare le bambine presso presidi e centri sanitari.

4. Questa vaccinazione consentirà dunque non più una diagnosi precoce ma una prevenzione primaria. Ci vuole piegare che cosa significa?
Parliamo di prevenzione primaria ogni qual volta vi sia la possibilità di prevenire e quindi di allontanare la malattia. Come nel caso di questo vaccino che, somministrato, abbassa le probabilità di rischio che un tumore si sviluppi o che si generino quelle lesioni pre-tumorali che si vanno a ricercare con il Pap-test. Si tratta di un vaccino in grado di proteggere contro i ceppi 16 e 18, i più aggressivi e responsabili, da soli, del 70% dei tumori invasivi del collo dell’utero. Il restante 30% dovrà invece essere prevenuto con screening, pap-test, HPV test e regolari controlli ginecologici.

5. Le madri saranno dunque il veicolo primario attraverso cui le bambine arriveranno alla vaccinazione. E’ tuttavia plausibile che da parte di una mamma possa esserci dello scetticismo a fare vaccinare la propria bambina contro il tumore dell’utero. Da medico, che cosa direbbe per convincerla sull’utilità ed efficacia della vaccinazione?
Cercherei di fare comprendere al genitore che è una opportunità da non lasciare perdere in quanto tutela la salute della propria figlia. Mi chiedo quale potrebbe essere il pensiero di una di queste bambine se un domani dovesse sviluppare una lesione precancerosa e venisse a sapere dell’esistenza di un vaccino che poteva proteggerla contro questo rischio, a cui però il genitore non l’ha sottoposta. Possiamo solo ipotizzare i risultati che si otterranno da questa vaccinazione, ma ripercorrendo le campagne di vaccinazioni dal passato ad oggi, esse hanno sempre cambiato in meglio la storia della malattia. Quindi tra il non fare niente e il prevenire, non ho dubbi: scelgo la seconda opportunità. E proprio per questa ragione tutto il mondo occidentale ha inserito la vaccinazione contro l’HPV nei programmi di profilassi dei prossimi venti anni. Nonostante le incertezze che tuttora permangono, non si può non accogliere positivamente questa iniziativa tanto più che un domani saremo considerati responsabili, soprattutto perché la vaccinazione viene raccomandata ed è gratuita.

6. A 12 anni non si ha consapevolezza di che cosa sia un tumore e dei rischi legati all’attività sessuale. Una mamma, come dovrebbe affrontare un argomento così delicato con la sua bambina?
Due, a mio parere, sono le linee possibili. In un approccio più delicato, che non arreca traumi alla bambina, si potrebbe spiegare che tra le tante vaccinazioni che dovrà fare, quella per il tetano, la poliomielite e la rosolia ad esempio, ne esistono anche altre importanti che prevengono contro delle possibili malattie “da grandi”. Se ci si rivolge ad una bambina un po’ più grande, e quindi con maggiore consapevolezza, si potrebbe affrontare il discorso in una prospettiva più matura, presentando tutti gli aspetti positivi legati alla riproduzione e all’attività sessuale ma anche il rischio di una gravidanza, a volte indesiderata, o di malattie sessualmente trasmissibili che possono essere controllate con l’uso del preservativo. Fino ad arrivare a parlare di papilloma virus, una problematica grave, alla quale però c’è una soluzione: una forma di protezione grazie ad un semplice vaccino.

7. Come potrebbe reagire una bambina?
Positivamente, se il motivo di questa vaccinazione le viene spiegato in maniera adeguata e ne comprende l’efficacia. Tanto più che i ragazzi d’oggi non sono più quelli del perché e del come. Sono più immediati, diretti, e per ogni questione cercano subito la soluzione. Ecco il vaccino rappresenta proprio questo: il rimedio utile ad un problema di domani.

8. Al di là dei risultati scientifici che il vaccino darà, pensa sia di aiuto o un limite parlare di tumore a bambine di così giovane età?
Penso che ogni bambino abbia avuto modo di vivere un lutto o abbia sentito parlare, all’interno della propria famiglia, di malattia e di morte. Sono dunque due realtà di cui sono consapevoli. La cosa importante è fare loro capire che la malattia fa parte del ciclo vitale, come la morte, ma che questi due stati possono essere prevenuti e allontanati nel tempo.

9. Pensa che sarebbe utile un supporto psicologico?
No, credo che il problema esista più per i genitori che per i figli e se vi fosse necessità di un supporto psicologico è all’adulto che bisogna rivolgersi. In particolare alla madre che può avere delle difficoltà ad accettare l’idea di una vaccinazione contro il tumore del collo dell’utero per età o per esperienze negative vissute in precedenza.

10. Non vi è il rischio che la sessualità venga sentita e vissuta come fonte possibile di malattia?
Occorre fare capire che la sessualità è una cosa bella di cui però è giusto anche conoscerne i rischi. Parlare di gravidanza, di malattie sessualmente trasmissibili e di tumore non deve diventare un limite bensì una acquisizione per vivere l’intimità con maggiore responsabilità e naturalezza. Un solo esempio: i giovani amano molto il motorino e lo vivono come una sfida. Esso consente al giovane di lasciarsi andare al piacere della velocità, all’idea di libertà ma dall’altro impone che si alzi il livello di attenzione verso i pericoli della strada e della realtà che ruota intorno. Anche la sessualità va vissuta con consapevolezza.

11. Consiglierebbe ad una mamma di vaccinare la propria bambina? Non ho dubbi. Certamente sì, proprio perché un genitore deve fare di tutto per proteggere la vita dei propri figli da qualsiasi tipo di rischio.

12. Al fianco della famiglia che ruolo potrebbe avere la scuola nella formazione dei giovani per questo tipo di coscienza?
Ritengo che la scuola sia un luogo ideale di educazione non solo per gli allievi ma anche per i professori e i genitori. Mi auguro che all’interno delle scuole partano delle iniziative volte a sensibilizzare alle importanti realtà sociali di oggi. Sarei perfino favorevole ad introdurre come materia di insegnamento l‘educazione alla salute’, oggi non inclusa nel curriculum scolastico, ma che invece potrebbe aiutare a formare una coscienza della prevenzione e della tutela della salute.

13. Sarà sufficiente il vaccino o andrà completato con uno screening?
Per il 30% dei tumori non coperti dal vaccino, sarà necessario un normale screening. Grazie al vaccino in futuro lo screening sarà sempre più orientato al test HPV. Solo in caso di esito positivo di quest’ultimo, verrà richiesto alla donna di eseguire anche un pap-test. Voglio poi ricordare che uno dei due vaccini anti HPV in commercio è attivo anche contro i ceppi 6 e 11, responsabili dei condilomi, cioè delle verruche veneree benigne, una sorta di escrescenze che si formano sui genitali. Problematica meno seria rispetto ad un tumore del collo dell’utero ma che tuttavia disturba la sessualità e, in un certo senso, la sicurezza del soggetto.

14. Come agisce il vaccino? E quali sono i possibili effetti collaterali?
Il vaccino crea degli anticorpi contro il virus il quale sarà quindi riconoscibile dal sistema immunitario e potrà essere eliminato nel momento in cui entra in contatto con l’organismo. Non dà particolari reazioni, fatta eccezione per degli arrossamenti e/o dolore nell’immediato tipici di qualsiasi tipo di profilassi. Nei soggetti allergici si possono avere delle reazioni più serie, seppure limitate al periodo subito successivo alla vaccinazione. Non si sono registrati invece effetti importanti a lunga distanza.

15. Per quanto tempo la vaccinazione può proteggere?
Al momento non possiamo rispondere con assoluta certezza. Si pensa circa 20 anni, con una protezione sicura per 6-7 anni. Il futuro ci dirà se sarà necessario un richiamo e quando.

16. Con questa vaccinazione, quali sono le aspettative di controllo sul tasso incidenza del carcinoma del collo dell’utero?
Si stima una diminuzione importante dell’incidenza, almeno del 70%. La cosa fondamentale è che vi sia una adesione massiccia alla campagna. Dunque invito tutte le mamme ad approfittare di questa opportunità che ci aiuterà a scongiurare un tumore che resta ancora fra i più diffusi tra la popolazione femminile.

17. Come e che cosa fare per aderire al progetto?
Presso l’Istituto Europeo di Oncologia è attivo il programma di vaccinazione per le diciottenni residenti nella provincia di Milano. Tutte le ragazze che volessero aderirvi possono telefonare al Centro di Prenotazione per fissare un appuntamento. Per quanto concerne la vaccinazione promossa dal Ministero, che ha già stanziato fondi al riguardo e che coinvolge le dodicenni, occorrerà attendere la decisione delle Regioni e delle ASL. Infine le altre ragazze con una età massima di 26 anni, meglio se non hanno ancora avuto rapporti sessuali, intenzionate a sottoporsi alla vaccinazione a pagamento, possono fissare un appuntamento presso gli ambulatori dello IEO secondo modalità diverse: per la vaccinazione, per avere un counselling o per una visita pre-vaccino.

Francesca Morelli ​