Articoli divulgativi
Anoressia e bulimia, chi ne soffre potrebbe non essere riconosciuto
15/04/2010
Rilanciamo un articolo tratto da “La Stampa Benessere” online. Anoressia e bulimia: criteri troppo severi per la diagnosi.
Secondo un nuovo studio della Stanford University School of Medicine e del Lucile Packard Children's Hospital (Usa) le prassi per ottenere diagnosi di anoressia e bulimia possono essere troppo severe. Questo potrebbe non far rientrare nella categoria delle malattie croniche anche chi ne è momentaneamente colpito o presenta disturbi erroneamente ritenuti minori ma che, se non preso in tempo, potrebbe portare avanti la malattia e non essere curato adeguatamente.
La dottoressa Rebecka Peebles che ha coordinato lo studio ritiene che molti dei pazienti che attualmente non soddisfano i criteri delle prassi per diagnosticare questi disturbi possono invece essere comunque malati. «Ci sono prove crescenti che suggeriscono che dovremmo riconsiderare la categorizzazione degli Eating Disorder Not Otherwise Specified (EDNOS) per i giovani», ha spiegato la dr.ssa Peebles.
Molti altri medici sono d’accordo con la ricercatrice e sottolineano come l’iter diagnostico sia spesso troppo selettivo e non faccia distinzione tra pazienti e pazienti. Molti di questi possono sentirsi confusi e credere di non avere un reale disturbo, fino a quando magari è troppo tardi.
Anoressia e bulimia colpiscono in buona percentuale le ragazze adolescenti, ma si stima che anche altre fasce d’età ne siano sempre più coinvolte, e non solo il sesso femminile.
In base ai criteri attuali per ottenere una diagnosi di anoressia, tra gli altri, bisogna per esempio che il peso corporeo sia al di sotto dell’85% del peso che si dovrebbe avere, che (per le donne) vi sia un’assenza di almeno tre mesi del ciclo mestruale e il terrore di aumentare di peso nonostante si sia già indiscutibilmente sottopeso.
Per comprendere come potessero essere esclusi dalle diagnosi pazienti che in realtà erano affetti da disordini alimentari, i ricercatori hanno analizzato i dati di 1.310 pazienti di sesso femminile in cura presso l’ospedale Packard Children's per disturbi alimentari tra il gennaio 1997 e l’aprile 2008.
In base ai dati, hanno poi creato delle sottocategorie che includevano quelle pazienti che, secondo loro, appartenevano alla classe di “anoressia nervosa parziale” e “bulimia nervosa parziale”.
I criteri su cui si sono basati i ricercatori erano intesi a stabilire se le attuali procedure erano in grado di riconoscere realmente i pazienti a grave rischio di salute e di vita, anche se apparentemente non rientravano nei parametri ritenuti validi ai fini della diagnosi.
I dati hanno mostrato che quasi due terzi dei pazienti studiati presentava EDNOS. Come i ricercatori sospettavano, la categoria EDNOS era considerata una sorta di ripostiglio; pazienti con anoressia parziale erano più simili a quelli con anoressia conclamata che altri pazienti EDNOS con bulimia parziale. Inoltre, il 60% dei pazienti EDNOS mostravano criteri medici per il ricovero e questo gruppo è stato, in media, più malato dei pazienti con diagnosi di bulimia conclamata.
In linea generale i pazienti EDNOS più gravi erano proprio quelli che avevano perso più del 25% del peso corporeo prima della diagnosi. Questi stessi pazienti erano prima in sovrappeso ed erano dimagriti, pericolosamente, troppo velocemente per apparire agli occhi con un peso “normale”, mentre in realtà erano affetti dalla malattia.
Questo aspetto “normale”, ha fatto in modo che parenti e amici si complimentassero con loro, senza rendersi conto che costoro avevano preso una strada in discesa. Spesso ci si accorgeva di questo quando ormai i segni della malattia si erano fatti evidenti mostrando una grave malnutrizione e la cura ormai diventava sempre più difficile.
Uno dei problemi legato al non riconoscimento degli EDNOS come una patologia grave è che il sollievo dei genitori che si sentono dire dal medico che la propria figlia o figlio non rientrano nei parametri per l’anoressia o la bulimia cronica, spesso li rende ciechi e abbassano la guardia quando invece dovrebbero comunque tenerla alta, conclude Peebles.
(lm&sdp)




