Articoli scientifici
Adesione alla terapia preventiva anti-HIV in pazienti vittime di violenza sessuale
16/10/2006
Spesso le giovani donne vittime di violenza sessuale non completano la terapia profilattica contro l'infezione da HIV consigliata dai medici.
Secondo un recente studio, condotto da un’equipe di ricercatori delle Divisioni di Medicina Adolescenziale e Pediatrica della Boston University School of Medicine e della Harvard Medical School di Boston (Stati Uniti), soltanto il 15% delle adolescenti e delle giovani donne americane che subiscono violenza sessuale porta a termine la terapia profilattica antivirale, prescritta contro l’infezione da HIV (Virus della Immunodeficienza Acquisita). I risultati di questa ricerca, dai risvolti alquanto preoccupanti in termini di salute pubblica, sono stati recentemente pubblicati sulla rivista Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine. Elyse Olshen, coordinatrice dello studio, ed i suoi colleghi hanno preso in esame le cartelle cliniche di 145 giovani donne vittime di stupro, di età compresa tra i 12 e i 22 anni, accolte presso due reparti di pronto soccorso pediatrico di Boston. Tutte le pazienti considerate si erano presentate in ospedale entro 72 ore dalla violenza sessuale. Dall’analisi dei dati a disposizione, è emerso che i medici avevano consigliato un trattamento farmacologico per prevenire l’infezione da HIV a 129 pazienti (l’89% del totale), ma che solo 110 (il 76%) avevano accettato di intraprendere la cura. Di queste ultime, il 38% si era poi sottoposto ad almeno una visita di controllo e solamente il 15% aveva completato l’intera terapia profilattica, della durata di 4 settimane. E’ interessante notare che il 47% delle giovani vittime soffriva di disturbi psichici già prima dello stupro e che, tra tali pazienti, l’adesione al programma di prevenzione anti–HIV è risultata particolarmente modesta. “In molti casi di violenza sessuale, il rischio di esposizione al virus dell’HIV è difficilmente determinabile, per cui risulta spesso difficile porre una indicazione certa alla terapia farmacologica profilattica”, affermano gli autori dello studio, che aggiungono: ”Nel campione analizzato, ad esempio, diverse pazienti (27%) non sapevano con esattezza se fosse stato utilizzato il profilattico, altre (54%) non erano in grado di indicare se lo stupratore avesse raggiunto l’eiaculazione, mentre un gruppo di soggetti (21%) riferiva di aver perso conoscenza durante l’aggressione. Nonostante la difficoltà ad individuare i casi con rischio effettivo di infezione, è un dato di fatto che il completamento del programma di prevenzione contro l’infezione da HIV, anche quando raccomandato, viene portato a termine solo da un esiguo numero di pazienti”. Alla luce di queste evidenze, si può concludere che una corretta informazione e sensibilizzazione delle pazienti, così come un attento e prolungato sistema di follow-up, con richiamo periodico dei soggetti trattati, rappresentano elementi fondamentali di una strategia volta alla prevenzione delle infezioni da HIV in donne vittime di violenze sessuali.
Fonti:
Olshen E et al.: "Use of human immunodeficiency virus postexposure prophylaxis in adolescent sexual assault victims", Arch Pediatr Adolesc Med. 2006 Jul;160(7):674-80




