Salute di genere

Medicina di genere



La Medicina, fin dalle sue origini, ha avuto un’impostazione androcentrica, relegando gli interessi per la salute femminile ai soli aspetti correlati alla riproduzione.
Gli studi condotti in ambito clinico e farmacologico sono sempre stati compiuti considerando quasi esclusivamente soggetti maschi e adattando poi i risultati alla donna, senza valutare che la biologia femminile, con le peculiarità anatomiche, funzionali e – soprattutto – ormonali che la caratterizzano, può influenzare, talvolta in modo determinante, lo sviluppo e la progressione delle malattie.
La Medicina di Genere si propone quindi di studiare l’impatto del “genere” (e di tutte le variabili che lo caratterizzano, non solo biologiche ma anche ambientali, culturali e socio-economiche) sulla fisiologia e sulla fisiopatologia, con l’obiettivo di comprendere i meccanismi attraverso i quali le differenze legate al genere agiscono sullo stato di salute e sullo sviluppo delle patologie.

approfondimenti

Genere e salute

“Essere uomo o essere donna” è importante dal punto di vista della salute poiché i fattori di rischio, la prevalenza e l’incidenza, l’insorgenza, l’espressione clinica, la storia naturale e l’approccio terapeutico ad una determinata patologia possono variare sensibilmente a seconda del sesso e del genere. Per sesso s’intendono le differenze e le somiglianze biologiche, mentre il genere è un concetto più ampio che comprende le differenze indotte dalla cultura e dalla società.

Il termine genere, che deriva dal latino genus, generis, affine a gignere – generare, risponde alla necessità di dare valore a quanto vi è nella cultura in cui viviamo che ci porta ad essere uomini e donne al di là dell’essere maschio o femmina. Originariamente fu introdotto nelle scienze sociali per descrivere come le diverse società e culture interpretassero l’essere maschio e l’essere femmina, pertanto, il genere include gli elementi che caratterizzano essere donna o uomo in una determinata società. Forse il tutto diventa più semplice se si pensa al ruolo della donna o al ruolo di un uomo in società diverse dalla nostra.  Essere donna a Stoccolma è diverso che essere donna in India, dove si calcola una media quotidiana di 2.000 aborti selettivi, cioè riguardanti i feti di sesso femminile, senza contare le bambine che sono state uccise subito dopo la nascita dai genitori. Il fenomeno è talmente imponente che è stato lanciato un programma, denominato ‘trasferimento condizionato di contanti per bambine con copertura assicurativa‘, che prevede un premio di 3.000 dollari per le famiglie povere che decideranno di mettere al mondo figlie femmine.

In medicina avere un approccio di genere significa considerare le condizioni economiche, di vita, il ruolo sociale, circa la femminilità e la mascolinità, ovviamente senza dimenticare la biologia. A questo proposito è ben noto che fra salute e povertà esiste una correlazione inversa, che permane anche nei paesi che hanno un sistema sanitario universale, come quello che c’è in Italia. Un esempio eclatante dell’importanza del genere nella nostra società è costituito dagli incidenti domestici dove sono maggiormente colpite le donne (66%), soprattutto se casalinghe (35%), e che fra l’altro non hanno alcuna assistenza previdenziale né assicurativa.

Inoltre, bisogna considerare quel fenomeno definito epigenetica, e che potremmo tradurre come la possibilità di variare i nostri geni attraverso una rete di informazioni e comunicazioni prodotta dall’esperienza e dalla cultura e dalle molecole che incontriamo nel corso della nostra vita. Molecole che non sono solo farmaci, ma sono anche rimedi botanici, supplementi alimentari, cibi e bevande, basta pensare all’alcol ed agli inquinanti ambientali (fumo da tabacco), metalli, ecc. Come evidenzia il rapporto “Global health risks. Mortality and burden of disease attributable to selected major risks” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), “la speranza di vita della popolazione mondiale potrebbe essere aumentata di circa 5 anni se ci si concentrasse su 5 fattori di rischio: l’insufficienza ponderale durante l’infanzia; i rapporti sessuali a rischio; l’alcolismo; la mancanza di acqua potabile; la depurazione e l’igiene e l’ipertensione che sono responsabili di un quarto dei 60 milioni di decessi che si verificano ogni anno”. Ed è evidente che molte delle precedenti cause dipendono dalla società.

Dobbiamo ricordare che fino ad ora non solo c’è stata una sottovalutazione del ruolo della cultura nella salute, ma c’è stato anche un grave errore metodologico. Infatti, la ricerca preclinica e clinica, a meno che non si trattasse di fenomeni genere-specifici, è stata fatta prevalentemente su soggetti di genere maschile. I risultati si sono poi trasferiti alle donne, riconoscendo una specificità al genere femminile solo nel settore riproduzione. Ciò non meraviglia, perché da Ippocrate fino agli anni novanta del secolo scorso, le donne sono state considerate, dalla maggior parte dei ricercatori e degli operatori sanitari, dei “piccoli uomini”. Conseguentemente, il corpo maschile è stato considerato la norma, venendosi a creare una sorta di cecità rispetto al genere (gender blindness). La cecità di genere viene consolidata nelle convenzioni sociali e linguistiche, dove si usa un linguaggio neutrale tramite termini “a-sessuati”, come il medico, il paziente, negando l’importanza del sesso e del genere.

L’importanza del sesso e del genere è sottovalutata anche nell’ambito dei curricula degli studi degli operatori sanitari. Il pregiudizio di genere è sostenuto anche dal fatto che, ancora oggi, i libri di testo trascurano le problematiche relative al determinante genere. E’ evidente dalle suddette osservazioni, che il pregiudizio di genere si estende in vari campi e a vari livelli, che impattano l’uno su l’altro potenziandosi a vicenda.

Questo stato di cose ha portato nella ricerca, nella prevenzione e nella cura a differenze non giustificabili, che contraddicono le basi della medicina basata sull’evidenza e che non sono d’accordo con uno degli obiettivi del 3° millennio, la cura personalizzata, che necessariamente deve considerare le categorie di pazienti, prima di arrivare al soggetto singolo. La precedente situazione ha generato maggiori effetti negativi per la salute della donna, tuttavia in alcuni casi il pregiudizio di genere ha, invece, riguardato gli uomini. Infatti, patologie ritenute classicamente femminili (depressione o emicrania) sono state studiate in maniera meno appropriata negli uomini. In definitiva, non è stata offerta la migliore cura possibile ad entrambi i generi e ciò ha anche impedito il raggiungimento dell’equità nella cura e come diceva Martin Luther King “Of all the forms of inequality, injustice in health care is the most shocking and inhumane”.

Le differenze di genere sono state prese in esame solo negli ultimi venti anni. Infatti era solo il 1991, quando la cardiologa americana Bernardine Healy, che fra l’altro è stata anche a capo del National Institute of Health (NIH), denunciò, sul prestigioso New England Journal of Medicine, il comportamento discriminante dei cardiologi americani nei confronti delle donne parlando della Sindrome di Yentl. Yentl era il nome che Isaac Bashevis Singer dava ad una ragazza ebraica, poi interpretata da Barbra Streisand in un famoso film, che per poter studiare le sacre scritture ebraiche (Torah) fu costretta a travestirsi da maschio.

Poco dopo tale denuncia, il NIH, la Food and Drug Administration americana (FDA) e l’OMS hanno incominciato ad emanare una serie di raccomandazioni, affinché la salute della donna divenisse un fatto prioritario. Tanto che l’OMS afferma che “alla salute della donna deve essere dato il più elevato livello di visibilità ed urgenza”.

Molte differenze di genere sono state individuate in questi ultimi anni ed ormai è sempre più evidente che il cuore, i vasi, il cervello, il fegato, il polmone, il rene, devono essere declinati sia al femminile che al maschile.
Quindi, le diversità devono essere integrate nei processi e nelle politiche di cura e di tutela della salute, poiché la scarsa conoscenza e la scarsa considerazione delle differenze biologiche e sociali hanno prodotto il cosiddetto “paradosso donna”: le donne vivono più a lungo degli uomini, ma si ammalano di più ed hanno un maggior numero di anni di vita in cattiva salute.

(Tratto dal volume di Onda La salute della donna. Un approccio di genere).

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