Le psicosi, tra cui la più nota è la schizofrenia, sono caratterizzate dalla persistenza  per più di sei mesi di alterazioni del pensiero, del comportamento e dell’emozione con una gravità tale da limitare le normali attività della vita di tutti i giorni.

In Italia sono colpite da schizofrenia all’incirca 600.000 persone (tra 0.8 e 1% della popolazione), con una prevalenza di poco superiore negli uomini rispetto alle donne, più “protette” da fattori ormonali e dalle possibilità di costruire un ambiente maggiormente favorevole (matrimonio, famiglia, gravidanza).

L’OMS ha identificato nella schizofrenia una delle dieci malattie più debilitanti. La malattia si carica di effetti negativi nell’ambito sociale (stigmatizzazione, ignoranza, disconoscimento) e  della salute pubblica (elevati costi sociali, elevato grado di disabilità, necessità di assistenza intensiva).

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Scheda informativa Schizofrenia

La schizofrenia resta ad oggi il disturbo mentale più grave. È una malattia ad andamento complesso, alla cui base vi sono una componente di familiarità e un esordio adolescenziale più precoce nell’uomo rispetto alla donna, che comporta un progressivo deterioramento personale e sociale.
Lo “scollamento” del paziente dalla realtà, che caratterizza la malattia, rende difficoltoso per chi ne è affetto distinguere tra esperienze reali e non, pensare in modo logico, avere reazioni emotive adeguate nelle relazioni con gli altri; a ciò si aggiungono alterazioni della memoria e del comportamento sociale, che risulta nella maggior parte dei casi inadeguato o disorganizzato.
I dati della ricerca neurobiologica non hanno evidenziato un singolo fattore eziopatogenetico alla base della schizofrenia: sembra che sia la combinazione di più fattori, genetici, biologici  e ambientali a determinare il rischio di malattia.

Riconosciuti fattori di rischio sono:

  • Familiarità psichiatrica
  • Complicanze ostetriche
  • Uso di sostanze

La schizofrenia si caratterizza per la presenza di almeno due tra i seguenti sintomi: deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato, comportamento grossolanamente disorganizzato o catatonico. Sintomi accessori sono rappresentati dai sintomi negativi quali: ritiro sociale, apatia, abulia, negativismo, rallentamento psicomotorio.

Segnali di allarme sono:

  • Anormalità percettive (iniziali allucinazioni, si odono voci e si hanno visioni)
  • Idee di riferimento (molto iniziali manie di persecuzione)
  • Sospettosità
  • Ansia
  • Depressione
  • Cambiamenti cognitivi (es. disturbi dell’attenzione e della  concentrazione)
  • Cambiamenti comportamentali (ritiro sociale, deterioramento di ruolo)
  • Sintomi fisici (es. perdita dell’appetito, disturbi del sonno)

Comportamenti da osservare nell’adolescente:

  • Abbandono della scuola, dell’università, del lavoro
  • Perdita di interessi
  • Marcata e perdurante passività sociale
  • Sindrome amotivazionale
  • Marcato e perdurante cambiamento dell’aspetto esteriore e nel comportamento

Le caratteristiche e/o i sintomi sopra indicati potrebbero essere in persone giovani indicatori o precursori di psicosi, ma anche riferirsi ad altre patologie, condizioni socioculturali o cambiamenti neurobiologici legati all’adolescenza.
La maggiore problematica correlata alla malattia è ancora oggi rappresentata dal ritardo diagnostico. Per un esito più favorevole e un maggior controllo delle ricadute – che comportano, ogni volta, un progressivo calo del funzionamento cognitivo con conseguente grave disadattamento sociale – sono invece fondamentali la diagnosi precoce, che garantisce la tempestività degli interventi, e l’adeguatezza della terapia, oggi rappresentata da nuovi farmaci antipsicotici, di soddisfacente efficacia e tollerabilità, da associare agli interventi di psicoterapia cognitiva e psicoeducazionali.
Altro aspetto particolarmente critico è rappresentato dall’aderenza alla terapia, che in molti casi non si realizza, precludendone l’efficacia in termini di miglioramento del funzionamento psicosociale e della qualità di vita.
Occorre dunque pensare a strategie che avvicinino, soprattutto i giovani, alle cure, motivando l’aderenza alla terapia anche attraverso scelte terapeutiche personalizzate, definite in base alle preferenze del paziente e alle sue necessità.
Non deve essere dimenticato il ruolo fondamentale svolto dai familiari che affiancano quotidianamente l’ammalato, chiamati a gestire in prima persona la terapia e ad accompagnarlo nel percorso psicoterapico cognitivo e psicoeducazionale: ai pazienti e ai loro familiari deve essere garantito, attraverso la creazione di una solida alleanza terapeutica con il medico di fiducia e di un’adeguata rete di servizi socio-sanitari, un ambiente favorevole, ma soprattutto supportivo tale da consentire la continuità del trattamento e dunque la massima adesione al piano terapeutico stabilito.

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