Hiv. A Milano la 16ª Conferenza europea. Ogni anno 30mila nuove diagnosi, ma almeno 122 mila persone convivono con il virus senza saperlo e sfuggono alle statistiche ufficiali




26 Ott 2017

Oltre 3.000 delegati di tutto il mondo per fare il punto sulla situazione europea (UE e Spazio Economico Europeo) sulla diffusione dell’HIV, sulle nuove terapie, sugli strumenti di prevenzione (compresa la PrEP) e sugli standard di cura. L’European Center for Disease Prevention and Control ha stimato però che ben 122.000 persone (il 15% del totale dei sieropositivi europei) non rientrano nelle statistiche ufficiali, in quanto convivono con l’HIV senza saperlo.

Negli ultimi 10 anni la diffusione dell’HIV nei Paesi dell’Unione Europea e dello Spazio Economico Europeo (in tutto 31 Paesi) sembra sia rimasta sostanzialmente immutata con 29.747 nuovi casi nel 2015 (6,3 persone su 100.000, rispetto alle 6,6 del 2006).

Ma l’European Center for Disease Prevention and Control (ECDC) ha stimato che ben 122.000 persone (il 15% sul totale in questa Regione) non rientrano nelle statistiche ufficiali, in quanto convivono con l’HIV senza saperlo. Inoltre, occorrono ben quattro anni (3,8 per l’esattezza) prima che un nuovo contagio da HIV sia diagnosticato. Questo lascia chiaramente capire che in molti Paesi esistono persistenti problemi di accesso ai test per l’HIV.

Si è aperta oggi la 16a European AIDS Conference, alla presenza di oltre 3.000 delegati di tutto il mondo per fare il punto sulla situazione europea rispetto alla diffusione dell’HIV, sulle nuove terapie, sugli strumenti di prevenzione – come la PrEP (pre-exposure prophylaxis, profilassi pre-esposizione) – e sugli standard di cura delle persone con HIV.

“I risultati del monitoraggio biennale della ‘Dublin Declaration on Partnership to Fight HIV/AIDS in Europe and Central Asia’ – dichiara Fiona Mulcahy, presidente di EACS. –  dimostrano che in genere – rispetto ad altre regioni – nella UE/SEE il trattamento dell’HIV inizia prima, e che un maggior numero di persone riceve una terapia salvavita. Se rimane vero che una persona con HIV su 6 non è in trattamento, è altrettanto vero che 9 su 10 di coloro che accedono alle cure raggiungono di fatto la soppressione virologica. Questo significa che il virus non è neppure più identificabile nel loro sangue, e che quindi non possono contagiare nessuno. Questo da un lato dimostra quanto siano efficaci i nuovi trattamenti, ma dall’altro quanto sia importante, nell’ambito di questa Conferenza, lanciare un appello a favore della diagnosi precoce, per favorire l’accesso rapido ai test per l’HIV”.

Tra i vari dati analizzati e tenuti sotto costante controllo da chi si occupa quotidianamente di questa patologia ce n’è uno che sta destando particolare preoccupazione e che potrebbe avere un impatto rilevante sui numeri dell’HIV nel prossimo futuro: il consumo di droghe iniettabili.

“L’EMCCDA Report del 2015 – che aggrega dati dai 28 stati membri della UE, più Turchia e Norvegia, e ricostruisce un quadro del mercato della droga, delle tendenze di consumo e dei relativi danni – ha rilevato – afferma  Antonella d’Arminio Monforte, presidente della Conferenza EACS 2017, professore ordinario e direttore della Clinica malattie infettive e tropicali del Dipartimento di Scienze della Salute presso la ASST Santi Paolo e Carlo – un totale di 8441 decessi per overdose, principalmente per eroina e altri oppioidi, con una crescita del 6% rispetto ai 7950 decessi in 30 Paesi nel 2014, e un incremento su tutte le fasce di età. Il Regno Unito rappresenta il 31% di questi decessi, rispetto al 15% della Germania, che si trova al secondo posto”.

“Questo – continua – nonostante secondo le ricerche per alcuni Paesi vi possa essere un’omissione di dati, in Inghilterra e in Galles si è registrato un aumento del 26% del numero di morti per eroina. Anche gli USA mostrano questa tendenza, con un aumento del consumo di eroina del 6,2% dal 2002 al 2015. Questi dati ci spingono a suonare un campanello d’allarme sulla potenziale crescita dell’uso di eroina, con conseguenti nuovi casi di infezione HIV dovuti alla siringa la quale, secondo la Dublin Declaration, resta un importante fattore di diffusione del contagio. Nel 2015 il 25% delle nuove diagnosi in quattro Paesi della UE/SEE è stato imputabile alle droghe iniettabili”.

Durante la conferenza inaugurale si è parlato anche di PrEP (pre-exposure prophylaxis, profilassi pre-esposizione), il cui accesso è ancora scarsissimo in Europa. “Purtroppo a oggi – ha affermato Giulio Maria Corbelli, vicepresidente di Plus onlus, network di persone LGBT sieropositive e membro dello European AIDS Treatment Group – la maggior parte dei cittadini europei è ancora privata della possibilità di utilizzare questo mezzo efficace di prevenzione dell’infezione da HIV”.

“Lo sviluppo di protocolli di implementazione della PrEP – aggiunge – che prevedano il coinvolgimento delle associazioni di lotta all’Aids è cruciale per il successo del modello. Gli operatori delle associazioni, infatti, hanno a disposizione la rete di contatti e gli strumenti comunicativi più idonei per avvicinare i potenziali utilizzatori, e la possibilità di ricevere supporto alla pari è particolarmente utile per fare in modo che chi assume la PrEP si senta a proprio agio a parlare della propria vita sessuale e delle strategie da mettere in atto per renderla il più sicura possibile”.

Il tema della criminalizzazione gioca un ruolo importante nel minare gli sforzi di prevenzione e diffusione del test HIV, così come la presenza di leggi e politiche non favorevoli limita l’accesso e la diffusione dei servizi di prevenzione tra le popolazioni target, quali carcerati, sex worker, persone che usano droghe iniettabili, emigranti (legali o meno), omosessuali. Il Brief dell’ECDC del maggio 2017  evidenza la necessità di ridurre le barriere di accesso per tutte queste categorie, se l’obiettivo è il raggiungimento di un maggiore livello di salute pubblica tramite la riduzione della trasmissione dell’HIV.

Infine, si è notato come in 31 Paesi europei siano state effettuate molte nuove diagnosi su adulti sopra i 50 anni, rispetto alla fascia di età 15-49. Questo fattore appare omogeneo nella maggior parte dei Paesi occidentali inclusi nello studio, ma non vale per la parte orientale e centrale della Regione. sottolineando due livelli di velocità in termini di  accesso al test e alle cure in Europa.

 

Da QS

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