«L’ho accompagnato alla stazione Non sapevo andasse a morire»




4 Set 2017

Como, parla l’amico dell’ingegnere che ha scelto il suicidio assistito in Svizzera

Como La lettera in cui spiegava le sue intenzioni e dettava le ultime volontà è arrivata all’ufficio servizi sociali del Comune di Albavilla quando lui era già morto. Depresso, rimasto solo dopo che anche la mamma se n’era andata per sempre, un ingegnere di 62 anni aveva scelto il suicidio assistito in una clinica svizzera. Al rientro del corpo in Italia, giovedì scorso, la procura di Como ha aperto un’inchiesta per verificare eventuali ipotesi di reato. Al vaglio anche la posizione dell’amico che ha accompagnato l’uomo a Chiasso, indagato per istigazione al suicidio.

Ieri, alle 15, ad Albavilla si sarebbe dovuto celebrare il funerale di Maurizio Brambilla. Un rito laico, come lui stesso aveva chiesto. Poi, sempre nel rispetto delle sue volontà, l’ingegnere sarebbe stato sepolto accanto al fratello, morto alcuni anni fa. L’intervento della procura di Como ha fatto slittare tutto, al momento a data da destinarsi. Sul corpo del 62enne sarà effettuata l’autopsia e, tramite rogatoria, gli inquirenti andranno a verificare se siano stati commessi reati. Saranno acquisite le cartelle cliniche per accertare, in sostanza, se la depressione, senza altre patologie, sia un problema tale da consentire l’accesso al suicidio assistito, previsto dalle leggi in vigore nella Confederazione Elvetica.

L’ingegner Brambilla era una persona nota e stimata ad Albavilla. «Lavorava in uno studio importante, era un professionista di valore, particolarmente dotato», ricordano in paese. Viveva con i genitori e il fratello minore. Non ha mai avuto «una relazione importante», dice ancora chi lo conosceva. Una decina di anni fa poi, qualcosa è cambiato. «È entrato in crisi, almeno in apparenza senza che ci fosse un motivo particolare — ricorda ancora un amico —. Non ha più lavorato, ha tagliato i ponti quasi con tutti. Si vedeva ancora in giro qualche volta, ma non era più quello di prima». La morte del padre, poi quella del fratello, infine, pochi mesi fa, quella della mamma. Gli unici familiari rimasti sono alcuni cugini in Toscana. Maurizio Brambilla non era seguito dai servizi sociali ma era in cura per i problemi psichici. Sembra che non avesse rivelato a nessuno il suo progetto: andarsene per sempre rivolgendosi a una clinica svizzera specializzata nel suicidio assistito. La sua volontà l’ha raccontata solo in quella lettera che, probabilmente non per caso, è arrivata solo quando il suo ultimo progetto era già stato concretizzato. Poco più di una settimana fa, Maurizio Brambilla ha chiesto a uno dei pochi amici di cui si fidava di accompagnarlo a Chiasso. Sembra, ma su questo punto indaga appunto la procura, che non gli avesse svelato il suo progetto, almeno non fino in fondo. Si è fatto lasciare alla stazione, poi ha proseguito da solo, in treno, il viaggio fino a Zurigo. L’appuntamento per il suicidio assistito era già fissato. Gli operatori dei servizi sociali, ricevuta la lettera, si sono rivolti subito ai carabinieri di Erba, che hanno avviato gli accertamenti. Giovedì scorso intanto, come disposto dallo stesso ingegnere, il suo corpo è tornato ad Albavilla. «Morte non naturale», diceva il certificato che lo accompagnava. La procura ha deciso di fare chiarezza. E quello di Michele Brambilla è diventato inevitabilmente «un caso», argomento di dibattito e di scontro che riaccende i riflettori sul tema del testamento biologico e sulla possibilità di decidere di mettere fine alla propria vita.

Emilio Coveri, presidente di Exit-Italia, associazione che propone il testamento biologico, non ha dubbi: «Siamo molto contenti perché questo caso attesta che anche la depressione, in certi casi ovviamente, è paragonabile a qualsiasi altra malattia — dice —. Riceviamo ogni settimana 90 telefonate di richieste di informazioni e nel 30% dei casi si parla di malati psichici. La legge elvetica, per stabilire chi possa accedere al suicidio assistito, non fa riferimento a un elenco di patologie ma in generale a una malattia grave irreversibile, clinicamente accertata e senza possibilità di guarigione. A nostro avviso in determinati casi la malattia psichica ha questi requisiti».

Da Corriere.it

Progetti correlati: