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Oncologia
Senza l’intenzione di voler affrontare in maniera sistematica,
organica ed esaustiva le problematiche inerenti l’argomento
in questione (che richiederebbero un vero e proprio trattato), in
questa, come nelle altre introduzioni alle sezioni mediche del sito
dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna, cercheremo,
dopo una breve premessa di carattere generale, di focalizzare l’attenzione
su alcune specifiche tematiche di particolare interesse e rilievo
per il mondo femminile.
I tumori femminili (in particolare il tumore
del seno, il carcinoma della cervice uterina,
i tumori endometriali e le neoplasie dell’ovaio)
sono stati negli ultimi anni un importante banco di prova non solo
per la comunità medico-scientifica, alla ricerca di sempre
più affinate ed efficaci tecniche diagnostiche e terapeutiche,
ma anche per le istituzioni pubbliche preposte alla gestione politica,
economica ed organizzativa delle problematiche sanitarie a livello
nazionale, regionale o locale. Si pensi per esempio alle imponenti
campagne di prevenzione per il carcinoma cervicale (Pap test) o
per le neoplasie della mammella (screening mammografico).
I mutamenti nello stile di vita occidentale hanno
d’altra parte reso sempre più frequenti nella popolazione
femminile neoplasie una volta relativamente rare. Si pensi ad esempio
al tumore polmonare: la diffusione del consumo
di sigarette, anche tra le adolescenti, ha fatto sì che negli
ultimi decenni la frequenza di tale neoplasia nelle donne sia aumentata
sensibilmente, sia in termini relativi che assoluti, con un picco
massimo tra i 50 ed i 60 anni. Si calcola addirittura che, rispetto
al 1950, ai giorni nostri la mortalità femminile per tumore
del polmone sia aumentata del 600%.
Il carcinoma ovarico costituisce
la neoplasia ginecologica gravata dal più elevato tasso di
mortalità. La frequente asintomaticità nelle fasi
iniziali causa infatti spesso una diagnosi tardiva. Solo il 20%
dei tumori ovarici sono diagnosticati in uno stadio precoce, quando
la patologia è ancora confinata all’ovaio: in questi
casi la sopravvivenza a 5 anni è del 95%.
Al contrario, il carcinoma endometriale si manifesta abbastanza precocemente con perdite ematiche vaginali.
Ciò consente spesso una diagnosi precoce, con una prognosi
conseguentemente eccellente.
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Il carcinoma della cervice uterina, grazie allo screening con Pap test effettuato regolarmente nella popolazione femminile (ogni 3 anni a partire dai 25 anni), può essere diagnosticato in genere precocemente , appena cioè si individuano le forme pre-cancerose o quelle forme del tumore che non hanno ancora invaso i tessuti profondi e le strutture vicine (carcinoma in situ).
Il carcinoma della cervice uterina rappresenta una delle poche neoplasie in cui si sia dimostrata una eziopatogenesi virale. La trasformazione neoplastica dell’epitelio cervicale è infatti causata da ceppi oncogeni di un virus trasmesso sessualmente, l’HPV (Human papillomavirus).
L’agenzia europea per i medicinali (EMEA) ha autorizzato, nel 2007, l’immissione in commercio di due vaccini che hanno dimostrato un’efficacia del 100% nel prevenire lesioni causate dai tipi HPV 16 e 18, considerati “ad alto rischio” poiché responsabili di oltre il 70% dei carcinomi della cervice uterina. Tali vaccini hanno mostrato di essere efficaci anche nei confronti di altri tipi virali oncogeni, quali il 45 e 31, implicati nella genesi dell’adenocarcinoma, la forma ghiandolare del tumore, più difficilmente diagnosticabile in fase precoce con gli attuali metodi di screening ed a prognosi perciò spesso infausta.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sulla base delle evidenze attualmente disponibili, raccomanda come target prioritario della vaccinazione anti-HPV tutte le preadolescenti tra 9 e 13 anni di età e, come target secondario, tutte le ragazze tra 14 e 26 anni di età.
Il carcinoma mammario, sul quale
ci soffermeremo in modo particolare, rappresenta senza dubbio la
patologia più importante, in ambito oncologico, per il sesso
femminile. Questo anche per le valenze simboliche del seno, in quanto
essenza stessa della femminilità, intesa nella sua duplice
veste di florida bellezza e materna fecondità.
Secondo vari studi epidemiologici, il tumore della mammella rappresenta,
nei paesi occidentali, la neoplasia più frequente della donna.
Il carcinoma della mammella costituisce inoltre la prima causa di
morte per tumore nel sesso femminile.
I tumori mammari di piccole dimensioni (diametro fino a 3 centimetri)
rappresentano attualmente la quota maggiore di neoplasie della mammella
che si presentano all’attenzione clinica. Essi vengono trattati
chirurgicamente con tecnica conservativa, ricorrendo alla quadrantectomia,
procedura chirurgica messa a punto da Umberto Veronesi all’Istituto
dei Tumori di Milano negli anni settanta. La quadrantectomia consiste
in un’ampia resezione della neoplasia e del tessuto circostante,
così da asportare un intero quadrante della mammella, con
la porzione corrispondente della cute e della fascia pettorale.
Alla quadrantectomia si associa contemporaneamente la dissezione
completa dei linfonodi ascellari (linfoadenectomia ascellare).
Al fine di evitare gli esiti invalidanti della linfoadenectomia
ascellare (edema e parestesie dell’arto superiore omolaterale,
difficoltà ai movimenti del cingolo scapolare) si effettua
oggi, nelle pazienti con neoplasia in fase iniziale, una tecnica
chirurgica conservativa detta del “linfonodo sentinella”.
Il chirurgo, dopo aver iniettato, alcune ore prima dell’operazione,
dell’albumina marcata in corrispondenza della lesione mammaria,
è in grado al momento dell’intervento chirurgico di
identificare, con una sonda capace di rilevare il punto di massima
radioattività in sede ascellare, il primo linfonodo di drenaggio
(linfonodo sentinella) e di asportarlo in modo selettivo. La negatività
istologica di tale linfonodo è altamente predittiva della
negatività istologica di tutti gli altri linfonodi ascellari
e consente quindi di evitare la dissezione ascellare completa, con
le inevitabili complicanze precoci e tardive connesse con questa
procedura. La positività istologica del linfonodo sentinella
è invece naturalmente indice di diffusione regionale della
neoplasia e determina il ricorso alla linfoadenectomia ascellare
completa.
Dopo l’intervento di chirurgia conservativa e linfoadenectomia,
la mammella residua (ma non l’ascella, per il pericolo di
danni radioindotti alle strutture vascolari e nervose) viene irradiata,
al fine di ridurre il rischio di recidive tumorali locali, anche
in considerazione della frequente multicentricità delle neoplasie
mammarie.
In centri di ricerca oncologica di avanguardia viene oggi praticata
la radioterapia intraoperatoria (IORT), che, con l'utilizzo di acceleratori
lineari mobili, forniti di un braccio robotico direzionabile sul
campo chirurgico, consente di erogare in corrispondenza del letto
tumorale una elevata dose di radiazioni in una unica frazione, nel
corso stesso dell'intervento chirurgico. Ciò permette un
trattamento radioterapico adiuvante precoce, preciso e mirato, riducendo
gli effetti collaterali derivanti dall'irradiazione dei tessuti
sani interposti e consentendo alle pazienti di evitare, dopo l’intervento,
le numerose sedute radioterapiche tradizionali.
Dopo il trattamento QUART (quadrantectomia, dissezione ascellare,
radioterapia), le ulteriori fasi della terapia di una neoplasia
mammaria variano in particolare in base al dato istopatologico-clinico
di maggior rilievo per la prognosi della patologia oncologica della
mammella: la presenza o l’assenza di metastasi linfonodali.
Si è evidenziato che il 50% delle pazienti con tumore mammario
presenta nuovi segni di neoplasia, locali o a distanza, entro i
primi tre anni dall’intervento se i linfonodi ascellari sono
positivi, e addirittura entro due anni se il loro numero è
maggiore di 10. La presenza di metastasi linfonodali (unitamente
alle caratteristiche citoistologiche della neoplasia primitiva)
è perciò elemento indicativo di una neoplasia più
aggressiva o comunque non più probabilmente localizzata e
suggerisce quindi la necessità di aggiungere alla terapia
locoregionale un ulteriore trattamento sistemico chemioterapico
e/o ormonoterapico.
In ambito oncologico, particolare rilievo assume per le donne il
problema del Rapporto tra trattamento chemioterapico antitumorale
e fertilità.
Il trattamento chemioterapico del carcinoma mammario, compreso quello
adiuvante, è frequentemente associato ad una amenorrea, che
può essere temporanea o permanente ed è determinata
dalla tossicità diretta dei farmaci sulla funzione ovarica.
L’incidenza della amenorrea chemio-indotta dipende dal tipo
di trattamento utilizzato (rischio maggiore con CMF piuttosto che
con schemi contenenti antracicline) e dall’età della
paziente. Le donne più giovani sono a minor rischio di sviluppo
di amenorrea e, qualora la sviluppino, questa è spesso (80%
dei casi) reversibile (quindi compatibile con una successiva gravidanza).
Nelle donne di età superiore ai 40 anni l’amenorrea
è invece comune e nel 95% dei casi irreversibile. Le donne
che continuano ad avere mestruazioni dopo la chemioterapia sono
comunque a rischio di menopausa precoce.
Sulla base dei risultati degli studi clinici disponibili si può
poi affermare con sufficiente sicurezza che un precedente trattamento
chemioterapico non determina evidenti fenomeni di embrio o fetotossicità.
I dati a disposizione riguardo a pazienti sottoposte a trattamenti
antineoplastici anche per patologie diverse dal carcinoma mammario
evidenziano che il tasso di malformazioni congenite fetali durante
una successiva gravidanza è sovrapponibile a quello riscontrato
nella popolazione sana di controllo. Si segnalano solo più
frequentemente casi di aborto spontaneo, parto prematuro o basso
peso alla nascita.
Le donne che assumono tamoxifene possono diventare gravide durante
il trattamento (tranne nei casi in cui il tamoxifene determini una
amenorrea). Il tamoxifene ha però evidenziato, in studi di
laboratorio sul topo, effetti teratogenici, in particolare a carico
degli organi urogenitali. Le pazienti che desiderano una gravidanza
devono perciò interrompere la terapia con tamoxifene alcuni
mesi prima del concepimento. Durante il trattamento le donne devono
inoltre essere sottoposte ad attenti controlli per escludere la
possibilità di una gravidanza in atto.
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