Depressione post-partum: via al progetto in Lombardia




30 Giu 2014

È partito da poco in Lombardia un progetto di ricerca indipendente finanziato dalla Regione, con lo scopo di creare un percorso di assistenza e cura per le donne che soffrono di depressione o ansia in gravidanza e nel post-partum. Un disturbo che riguarda circa il 16% della popolazione femminile, ma ancora molto stigmatizzato. Al punto che ancora oggi non esiste un modello unitario di presa in carico della paziente e una rete di lavoro comune. Eppure, visto l’impatto che questo disturbo può avere sulla madre, il bambino e la famiglia, è un problema che non andrebbe sottovalutato e che richiede un’attenzione sanitaria specifica e accurata. Tra gli obiettivi del progetto biennale “Depressione in gravidanza e post-partum: modello organizzativo in ambito clinico, assistenziale e riabilitativo”, vi è inoltre quello di formare operatori sanitari, individuare precocemente la patologia, promuoverne un trattamento tempestivo ed efficace, e sensibilizzare la popolazione sul tema.

Le cause possono essere diverse e vanno da squilibri ormonali – dovuti per esempio all’espulsione della placenta e la brusca riduzione di progesterone ed estrogeni – ai fattori psico-sociali, come eventi stressanti precedenti, una gravidanza indesiderata o l’incapacità di adattarsi ai cambiamenti della maternità. Mentre i sentimenti provati più di frequente sono stati di tristezza, irritabilità, senso di inadeguatezza e perdita di interesse. Spesso il disturbo si risolve da solo nel giro di qualche giorno o settimana, altre volte invece c’è bisogno di un vero e proprio trattamento psicologico o farmacologico.

Abbiamo parlato di questo progetto con Roberta Anniverno, responsabile del Centro Psiche Donna dell’Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli di Milano, ambulatorio che si occupa esclusivamente di disturbi psichiatrici comparsi durante la gravidanza, il post-partum e la perimenopausa.

Dottoressa Anniverno, in cosa consiste il progetto nello specifico?

L’idea è di intervenire su due livelli, uno clinico-assistenziale e uno preventivo. Il primo è un livello di intervento per le donne che afferiscono al nostro centro, con difficoltà cliniche che possono interferire nella gestione del bambino e della famiglia, o con disturbi di personalità. Il progetto prevede delle visite a domicilio, sia per verificare l’ambiente domestico nel quale vivono queste donne, sia per vedere come lo gestiscono e come gestiscono il bambino. Insomma è un modo per vedere come vivono la routine quotidiana che è già complicata per tutte le mamme, e per queste donne ancora di più, perché hanno anche il carico della patologia. La paziente riceverà alternativamente, ogni settimana, la visita di una psichiatra che si occupa di valutare la sintomatologia della paziente stabilendo un percorso di cura e un eventuale percorso farmacologico; una psicoterapeuta che si integra con la precedente e lavora più sulla relazione con il bambino e i parenti; e infine di volontari che hanno la funzione di supporto nelle aree di attività quotidiana e di osservare e riportare le difficoltà che le mamme incontrano nel loro percorso. A queste si integrano poi delle figure di specialisti come la neonatologa o il pediatra che una volta al mese o in base ai bisogni dei bambini si reca a casa delle pazienti e osserva la crescita del bambino in termini neuromotori e fisici, dando anche dei suggerimenti pratici alle mamme.

L’intervento preventivo invece in cosa consiste?

Si tratta di una proposta di linee guida sulla depressione post-partum che dovrebbero poi diventare nazionali. Ora la prima bozza è sotto la revisione di un tavolo tecnico dove sono stati invitati anche altri specialisti che assistono le donne sia durante la gravidanza sia dopo, come il ginecologo o l’ostetrica, o il pediatra, neonatologo. Il documento prodotto da questo gruppo di lavoro sarà poi presentato al Ministero della Salute per essere approvato. Parliamo di prevenzione perché le linee guida non disegnano solo un percorso di cura, ma si rivolgono anche a figure meno di settore, come il ginecologo o il pediatra o il medico di base, fornendogli informazioni sui fattori di rischio che possono aiutarli a individuare le pazienti a rischio; o strumenti di screening, come alcuni questionari, che servono per indentificare meglio i soggetti a rischio depressione.

Nel nostro Paese oggi non ci sono delle linee guida su come gestire la depressione post-partum?

No, in Italia non ci sono linee guida omogenee per tutti e approvate dal Ministero. Ci sono però delle linee guida a livello internazionale a cui facciamo riferimento anche noi perché sono approvate da molti anni e sono state revisionate più volte. Sono una buona base di partenza per le nostre, che spero arriveranno presto.

Perché non ci abbiamo pensato prima?

Io credo che la risposta stia nel fatto che una sensibilità forte nei confronti di questo disturbo sia avvenuta solo negli ultimi anni, ultimo decennio forse, ma siamo ancora agli albori rispetto ad altre comunità scientifiche e cliniche che di questi problemi si occupano da almeno 40 anni. Questi Paesi hanno unità strutturate per le donne che possono avere problemi di ordine psichiatrico durante la maternità e quindi includono anche dei servizi ad hoc per mamma e bambino insieme.

La vostra è l’unica realtà in Italia che si occupa di assistere le donne con disturbi di depressione in gravidanza e nel post-partum?

Non ci sono altre strutture come la nostra, dedicata esclusivamente alla salute della donna, ma in Italia ci sono anche altre realtà diverse. Sono un esempio gli ambulatori territoriali psichiatrici dove ci sono colleghi che hanno una particolare attenzione a questo tipo di disturbo. O colleghi che se ne occupano all’interno degli ospedali come psichiatria di consultazione, cioè psichiatri che vanno nei reparti di ginecologia o ostetricia e svolgono la funzione di individuare, diagnosticare e avviare al trattamento le donne che presentano questi problemi. Sono realtà diverse, che hanno una competenza e una capacità di intervento di cura formulato in modo diverso.  L’Osservatorio Nazionale Donna (O.n.da) poi ha costruito in questi anni una rete degli ospedali italiani sensibili ai problemi delle donne, tra cui anche quello della depressione post-partum. Sono i cosiddetti “ospedali rosa”, dei poli da cui noi speriamo di poter costruire una rete un po’ più capillare.

Dai dati raccolti con il vostro progetto emerge che in realtà gli Italiani sanno ancora poco su questo disturbo, è così?

Si siamo ancora lontano da una conoscenza adeguata del problema nonostante ultimante se ne sia parlato spesso anche sui media. Il problema è che viene spesso correlata in maniera mediatica con il parricidio e questo crea un grande allarme e una grande paura da parte delle donne nell’affermare le loro difficoltà. A volte si prova anche un senso di vergogna o dispiacere e si pensa di essere diverse o inadeguate, perché la maternità dovrebbe essere un momento felice per la donna. C’è una cultura da creare e ci sono tabù da rompere. In questo senso oggi ci sono molte donne attive in rete, che gestiscono forum sulla depressione post-partum e sono riuscite a creare un’informazione più solida.

In questo contesto qual è il ruolo dei papà?

Nel progetto sono previsti anche dei gruppi di formazione dedicati alla popolazione maschile generale con l’intento di dare maggiori informazioni sulla stato emotivo della propria moglie o compagna  rispetto al post-partum e alla fatica della gestione del bambino. Ma anche per sollecitare le emozioni dei padri, per far emergere cosa provano e pensano del loro ruolo genitoriale. Perché se è vero che la donna ha poco spazio e tempo per riflettere sulla maternità e su quello che le sta accadendo e per capire come vivere questo momento di cambiamento, forse per i papà è ancora peggio. Nessuno chiede mai loro come stanno: in fin dei conti anche per loro è un ruolo nuovo.  È importante poi che gli uomini non abbiano solo un ruolo pratico nella vita della neo-mamma e del bambino, ma anche di supporto emotivo. Ovviamente non pensiamo di risolvere il problema con qualche incontro, ma vogliamo sensibilizzare la popolazione e lanciare un segnale sul fatto che anche il ruolo del padre, in questo contesto clinico, è importante.
L’intervista è stata realizzata da Cristina Tognaccini, freelance science writer, grazie ad una collaborazione con Rbsalute.it e Linkiesta.it

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