L’eccitazione del cuore… non solo emozione




3 Feb 2011

Quando le pulsazioni che aumentano il battito cardiaco devono essere tenute sotto controllo? Quando cominciano a diventare pericolose? Conosciamo i sintomi della tachicardia e come prevenirli? Ne abbiamo parlato con il Professor Gian Piero Perna, Direttore dell’Unità Complessa di Cardiologia, Ospedale Lancisi di Ancona

 

Professor Perna, che cos’è la tachicardia?

Si parla di tachicardia – dal greco tachys (rapido o accelerato) e kardia (del cuore) – quando la frequenza cardiaca a riposo eccede il limite superiore della norma, che corrisponde a 100 battiti al minuto per un individuo adulto. La velocità con cui si compie il ciclo cardiaco è regolata da impulsi elettrici finemente distribuiti alle varie regioni del miocardio, e controllate da un “sistema elettrico” complesso chiamato sistema di eccitoconduzione. Questo sistema è costituito, schematicamente, da una “centralina” (il nodo del seno) dove l’ impulso si genera automaticamente e da “reti elettriche” (il sistema di conduzione) che trasmettono l’impulso alle cellule miocardiche deputate alla contrazione cardiaca. Se per una qualche ragione si manifestano problemi a livello della “centralina” e delle “reti elettriche” del cuore, la frequenza cardiaca può salire (tachicardia) o scendere (bradicardia) in maniera eccessiva. Mentre quest’ultima condizione, soprattutto nei giovani e negli sportivi, è (perlomeno entro certi limiti) spesso priva di significato patologico, la tachicardia invece è più spesso spia di una condizione di malattia. La frequenza cardiaca infatti aumenta in varie malattie : la febbre, l’anemia, l’ipertiroidismo, etc. Talora non ci sono ragioni identificabili per l’aumento della frequenza cardiaca che può essere espressione di una elevata stimolazione del sistema nervoso autonomo (il sistema “simpatico”) o di anomalie genetiche o costituzionali.

E’ una scoperta relativamente recente che una elevata frequenza cardiaca a riposo costituisce un importante fattore di rischio: infatti i soggetti con più elevata frequenza cardiaca hanno un maggiore rischio di eventi cardiovascolari e morte cardiovascolare (ictus, infarto miocardico, arresto cardiaco improvviso) e, al contrario, la riduzione della frequenza cardiaca con l’utilizzo di farmaci appropriati diminuisce la probabilità di questi eventi sfavorevoli.

Cosa accade al cuore in presenza di tachicardia?

Fate qualche piccolo conto. Se un cuore batte 80 volte al minuto, in una giornata batte 115.200 volte (80 x 60 x 24), e in un anno 42.048.000 volte. Ogni volta che il cuore si contrae, cioè ad ogni battito, consuma energia che ricava da una molecola particolare che si chiama ATP. Ad ogni battito il cuore consuma circa 300 mg di ATP , e di conseguenza ogni ora ne consuma 18 kg, ogni giorno 432 kg, ogni anno 157.680 kg. Pertanto, anche le stesse cellule cardiache possono soffrire per il troppo lavoro e l’ eccessivo consumo di ossigeno, specie quando l’apporto ematico è ridotto da alcune condizioni patologiche quali la presenza di placche di grasso (ateromi) nelle coronarie, o quando le fibrocellule miocardiche sono “danneggiate” e presentano meno depositi di substrati energetici (in particolare l’ ATP) come nelle malattie del miocardio e nello scompenso cardiaco. Va detto che le coronarie portano il sangue, e quindi l’ossigeno e i nutrienti per la produzione di ATP, alle cellule cardiache nella fase di rilasciamento del cuore, denominata “diastole”, la cui durata si riduce in corso di tachicardia. Maggiore è la tachicardia, più corta è la diastole, minore è il tempo a disposizione delle cellule per ricevere nutrimento e ossigeno. Se il cuore si nutre di meno e consuma di più si comprende come una tachicardia “sostenuta” possa essere molto dannosa per le fibrocellule cardiache. Infine occorre ricordare che il cuore è una pompa che aspira sangue dalle vene in diastole e lo spinge nelle arterie in sistole. Nella tachicardia la diastole diventa più corta e quindi la quantità di sangue che il cuore aspira si riduce, la distensione delle fibre è minore, e la “efficienza” della contrazione si riduce.

Quali sono le cause che possono dare origine alla tachicardia?

In una persona sana, la tachicardia compare generalmente sotto sforzo, quando cioè il cuore viene stimolato a contrarsi più rapidamente per accrescere l’afflusso di sangue ai muscoli, necessitando esso stesso di una maggiore quantità di sangue, ossigeno e energia (ATP) e altri nutrienti rispetto ad un muscolo sottoposto ad uno sforzo inferiore. Nel recupero e in fase di riposo, invece, la frequenza cardiaca si abbassa, e questo è un meccanismo di difesa. La tachicardia “non fisiologica” è perciò quella che compare a riposo.

Qualsiasi farmaco, condizione o malattia in grado di interferire con la normale attività elettrica del cuore, può essere responsabile di tachicardia. E’ il caso ad esempio, del tabagismo, dell’alcolismo, dell’eccessivo consumo di caffè o di altri alimenti nervini, dell’abuso di droghe ricreazionali (come la cocaina o le amfetamine), di alterazioni elettrolitiche, di eccessivo stress o ansietà, dell’ipertiroidismo/tireotossicosi, dell’ipertensione, della febbre, dell’anemia, di malformazioni congenite del cuore o di un suo danneggiamento da parte di particolari malattie (ad esempio per un pregresso infarto cardiaco, le miocardiopatie, lo scompenso cardiaco , etc). Alcune volte non si ha una causa evidente, o “strutturale” della tachicardia, come nella sindrome ipercinetica e nella tachicardia sinusale inappropriata. Anche l’ansia può arrivare ad aumentare in maniera non trascurabile la frequenza cardiaca a riposo. Infine, una serie di aritmie – ossia delle anomalie “elettriche” del sistema di eccito conduzione – possono dare luogo a tachicardie parossistiche e/o più in generale ad “aritmie ipercinetiche”.

Quali sono i sintomi più caratteristici della tachicardia?

Il primo sintomo è l’accelerazione intermittente o permanente del polso, condizione questa che deve indurre a consultare il medico anche in assenza di altri sintomi soprattutto se la frequenza cardiaca supera i 130-150 battiti per minuto. Se la tachicardia è associata ad altri disturbi, come per esempio, dolori toracici, dispnea, perdita dei sensi, spossatezza, debolezza estrema la necessità di intervento del medico diventa immediato.

Quali sono i tipi di tachicardia?

Si distinguono 5 tipi principali di tachicardia:

La tachicardia sinusale, ossia l’aumento dell’attività del nodo senoatriale che può portare a un’eccessiva stimolazione della contrazione cardiaca (in questo caso la tachicardia è detta sinusale o normotopa).

  • La tachicardia sopraventricolare parossistica che si manifesta con una frequenza cardiaca rapida, ma regolare, compresa di solito tra 140 e 200 bpm ), che assume la forma di episodi intermittenti della durata di vari minuti, meno frequentemente ore o giorni. I sintomi consistono in palpitazioni, affanno, dolore toracico e talora svenimento;
  • La tachicardia atriale ectopica, ossia un’aritmia sopraventricolare non comune, usualmente cronica, incessante, a volte resistente alla terapia farmacologica, spesso associata allo sviluppo di scompenso cardiaco congestizio o a malattie polmonari ;
  • La fibrillazione atriale che consiste in un’irregolarità del battito cardiaco in cui gli atri (le cavità superiori del cuore) pulsano in modo molto rapido (300-600 bpm) e anomalo.
  • La tachicardia ventricolare, una grave forma di aritmia cardiaca in cui ogni battito cardiaco viene avviato da un’attività elettrica presente nei ventricoli, determinando così una frequenza cardiaca abnormemente rapida, compresa tra 140 e 220 bpm. Viene di norma causata da una grave cardiopatia, come un infarto miocardico o una cardiomiopatia, e può avere una durata variabile da alcuni secondi ad alcune ore. Se non trattata può degenerare nella fibrillazione ventricolare, che è rapidamente mortale perché la contrazione dei ventricoli è talmente frequente e irregolare da non consentire una gittata cardiaca adeguata e quindi una perfusione cerebrale e coronarica adeguate.

Quali sono gli esami diagnostici da eseguire per confermare la presenza di tachicardia?

Oltre alla auscultazione cardiaca, lo strumento diagnostico più importante è l’elettrocardiogramma che consente di registrare gli impulsi elettrici del cuore e la loro conduzione. L’esame può essere condotto a riposo, sotto sforzo e in altre condizioni di stress, oppure per periodi di tempo prolungati sfruttando dispositivi portatili. La telecardiologia consente oggi esami effettuabili in qualsiasi luogo e inviabili a specialisti disponibili 24 h su 24. Sono disponibili anche apparecchietti portatili miniaturizzati (tascabili) che consentono di registrare una traccia elettrocardiografia di 1-2 minuti, da scaricare via web o via telefono o in altre modalità “remote” per la valutazione da parte dello specialista. Particolari esami del sangue possono rendersi necessari per indagare la presenza di patologie sottostanti.

Come può evolvere la tachicardia?

L’evoluzione dipende soprattutto dalla causa e dalla natura. Facciamo qualche esempio: una crisi di tachicardia sopraventricolare parossistica può durare soltanto qualche minuto o, in assenza di terapia, protrarsi anche per qualche giorno, fino a che non si interviene per interromperla, senza generare grandi problemi, salvo in casi particolari. Esistono invece forme molto gravi, come la tachicardia ventricolare, che se non curate tempestivamente, portano alla sincope e / o all’arresto cardiaco.

È possibile prevenire la tachicardia?

Certamente. Ma dobbiamo essere chiari su cosa si intende per prevenzione.

Le forme più severe che hanno una base “organica” possono essere prevenute con adeguati stili di vita e terapie che prevengano le malattie che le determinano (ad esempio l’infarto o l’ipertensione). Altre forme richiedono invece solo una diagnosi precoce e un precoce trattamento.

Le forme di tachicardia sinusale senza una causa cardiologica richiedono l’eliminazione di alcuni fattori di rischio, ad esempio l’assunzione di sostanze stimolanti quali il caffè, tè, cioccolata, cacao, coca-cola e droghe eccitanti come zafferano, pepe, curry. È possibile anche individuare attraverso un esame “bioelettronico”, non invasivo e chiamato Vega test, alcune classi di alimenti (lieviti, latte e derivati, cereali) che spesso favoriscono le reattività ansiose ed eliminarli così dalla dieta.

Esistono forme di terapia naturali per curare l’ansia da tachicardia?

Quando l’aumento di battiti cardiaci del cuore viene determinato da situazioni di stress, si può ricorrere ad alcune erbe. Le più utilizzate sono la valeriana officinalis, la rauwolfia serpentina, la menta piperita, la tilia tomentosa, la sequoia gigantea. Particolarmente efficaci quando l’ansia compare con una tachicardia improvvisa sono il biancospino e il tiglio. Per chi soffre di questa forma di tachicardia può essere utile sorseggiare nel pomeriggio o alla sera una tisana di tiglio dolcificata con un po’ di miele oppure prendere dell’estratto fluido di biancospino due-tre volte al giorno nella dose di 30 gocce da diluire in poca acqua.

Per le forme più serie di tachicardia?

Per le forme più serie si ricorre a terapia farmacologica o a possibili manovre capaci di abbassare la frequenza cardiaca tra cui l’espirazione forzata a glottide chiusa (manovra di Valsalva), l’applicazione sul viso di acqua fredda o di un sacchetto del ghiaccio (riflesso del tuffatore), il massaggio o la compressione monolaterale della carotide e bilaterale dei bulbi oculari; il tutto secondo i consigli del medico e l’effettivo stato di salute del paziente poiché questi interventi non sono privi di rischi se non praticati da esperti. Negli episodi più gravi, quando anche queste manovre risultano inefficaci, si possono somministrare medicinali antiaritmici, in grado di ristabilire la normale frequenza cardiaca ed in quelli più severi, con evidente pericolo di decesso, è possibile fare ricorso ad un defibrillatore. Per prevenire il ripresentarsi della tachicardia e delle sue complicanze, possono essere utili farmaci betabloccanti (metoprololo), modulatori puri della frequenza cardiaca quali gli inibitori della corrente if (ivabradina), calcio antagonisti (diltiazem e verapamil) o antiaritmici (flecainide, propafenone, amiodarone, dronedarone, etc). In altri casi invece possono rendersi necessari o degli interventi di ablazione cardiaca, in cui piccoli elettrocateteri, sottili e particolarmente flessibili, vengono inseriti nei vasi sanguigni e fatti arrivare al cuore. Qui , una volta localizzata la zona di tessuto che determina il problema elettrico, la si “distrugge” sfruttando particolari forme di energia come la radiofrequenza. In altri casi è necessario l’impianto di cardioverter-defibrillatori, piccoli dispositivi elettrici capaci di captare sul nascere le tachi-aritmie e produrre risposte in grado di ripristinare la normale frequenza cardiaca.

Francesca Morelli

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