Mortalità materno-infantile, Oms: bene i dati italiani ma ancora troppe disparità




17 Nov 2015

A livello globale, negli ultimi 25 anni, quasi 11 milioni di donne hanno perso la vita per dare alla luce il loro bambino o per complicanze durante la gravidanza. In sostanza, si tratta di una cifra pari alla somma degli abitanti di Londra e Berlino. Ma una buona notizia c’è. Nel mondo, la mortalità materna si è ridotta di quasi il 44% negli ultimi 25 anni, passando dalle 532mila vittime del 1990 a 303mila di quest’anno, con un rapporto globale stimato di 216 morti materne ogni 100 mila nascite, in netto calo rispetto al 1990 quando si attestava a 385. È quanto emerge dal “Rapporto globale sulla Mortalità Materna” realizzato dall’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità), in collaborazione con Unicef, Unfpa, Banca Mondiale e Divisione Popolazione delle Nazioni Unite, presentato a Roma presso l’Istituto Superiore di Sanità. «La riduzione drastica della mortalità materna avvenuta anche in Italia- ha spiegato Flavia Bustreo vicedirettrice generale Salute della Famiglia, delle Donne e dei Bambini dell’Oms- la colloca nella top ten mondiale dei Paesi con i più bassi tassi di mortalità materna, con un numero di 4 morti materne ogni 100mila nascite. Numeri che si attestano tra i migliori al mondo ai livelli di Francia, Inghilterra, Germania e Stati Uniti». Gli obiettivi di sviluppo del millennio, secondo i dati, hanno infatti innescato sforzi senza precedenti per ridurre la mortalità materna e hanno permesso un importante passo avanti. Negli ultimi 25 anni, globalmente, si è riusciti quasi a dimezzare il rischio di una donna di morire per cause legate alla gravidanza. Ma questo, per l’Oms non è ancora sufficiente. Per quanto riguarda l’Italia, nonostante abbia raggiunto uno dei risultati tra i migliori al mondo per la salute materna, grazie ad un sistema sanitario efficiente e agli screening durante tutta la gravidanza, restano forti disparità a livello regionale. Nel nostro Paese, infatti, sono state rilevate differenze di mortalità materna tra le Regioni, tra immigrate e donne italiane e in base al livello di istruzione. In Piemonte, Emilia Romagna, Lazio e Sicilia il tasso di mortalità materna è due volte più elevato tra le donne con un basso livello di istruzione rispetto a quelle con un titolo di studio superiore. Secondo l’Oms, nella successiva fase di monitoraggio globale l’Italia dovrà garantire che le disuguaglianze siano eliminate in modo da offrire gli stessi esiti di salute a tutta la popolazione. Con l’incremento dei flussi migratori, poi, garantire una buona salute per tutti.

«Per l’Italia – ha aggiunto la rappresentante dell’Oms – sarà prioritario estendere a livello nazionale la copertura del sistema di sorveglianza e allargarla anche alla mortalità neonatale. Grazie alla consolidata esperienza nella sorveglianza attiva della mortalità materna, l’Italia potrà collaborare con l’Oms per promuovere l’attivazione di sistemi di sorveglianza anche in altri Paesi e contribuire alla definizione di un documento di indirizzo che faciliti il processo di revisione delle stime a livello globale». Per questo l’Italia, secondo l’Oms, può giocare un ruolo chiave sia nel contesto del prossimo G7 sia nell’impegno preso dal premier Matteo Renzi in materia di cooperazione internazionale per sostenerci nel porre fine entro il 2030 a queste morti evitabili. «Il raggiungimento di questo obiettivo – ha aggiunto Flavia Bustreo – quindi, richiede un grande impegno nei prossimi 15 anni anche nella formazione di ostetriche e operatori sanitari, soprattutto nei Paesi in cui il tasso di mortalità materna è ancora elevato». A preoccupare gli esperti sono i dati dei parti cesarei (35,5%) che vengono effettuati nel nostro Paese.

«A livello mondiale un tasso di parti cesarei tra il 15-20% può andare bene – precisa Bustreo – ma quando si supera questo dato l’intervento chirurgico diventa un rischio per la partoriente e può influire negativamente». I dati sui parti cesarei e la mortalità materno infantile, arrivano in concomitanza con quelli del Rapporto relativo al mantenimento dell’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), pubblicato dal ministero della Salute, che evidenza come le Regioni sono bocciate anche rispetto ai cesarei appunto: la percentuale di parti cesarei primari, si legge nel Rapporto, «è ancora elevata e in particolare in alcune realtà regionali si osserva addirittura un aumento dei valori percentuali».

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