Quando una mamma…




10 Lug 2014

Quando leggiamo in cronaca la notizia di una neo-mamma che si toglie la vita, restiamo colpiti e afflitti da sentimenti contrastanti, di dolore, senso di smarrimento e incredulità. Come è possibile che in un momento della vita che immaginiamo sia per tutti ricco di emozioni e felicità, la disperazione possa avere il sopravvento tanto da annullare il desiderio stesso di vivere?

Eppure il rischio di suicidio nelle donne durante il primo anno di vita del bambino è alto, e lo è anche in gravidanza. E’ un problema di cui si parla poco, nonostante sia più frequente di quanto possiamo immaginare.

La Dott.ssa Alessandra Bramante del Centro Psiche Donna – Dipartimento di Neuroscienze dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano, si occupa con particolare attenzione di depressione femminile nel periodo perinatale, e ha recentemente pubblicato una revisione della letteratura sull’argomento del suicidio in gravidanza e nel post-partum. Abbiamo approfondito con lei alcuni aspetti di questo argomento.

Può fornirci qualche dato sulla dimensione del problema?

Nel Regno Unito, secondo gli studi pubblicati qualche anno fa, il suicidio è la principale causa di morte materna nel primo anno di vita del bambino, con una percentuale che varia dal 17 al 28% a seconda degli studi esaminati. Anche gli studiosi americani e australiani riportano percentuali analoghe, che vanno dal 2,7 al 15%. Tutti concordano nell’osservare che le modalità utilizzate per togliersi la vita in questa particolare circostanza sono molto violente e diverse da quanto viene registrato nella popolazione femminile generale.

Per quanto riguarda la situazione nel nostro Paese, non disponiamo di numeri e studi mirati, ma soltanto di una ricerca sulla mortalità materna molto interessante condotta in Emilia Romagna tra il 2001 e il 2007. Dall’analisi di questi dati emerge che il suicidio rappresenta il 13% delle morti materne (44% nel post-partum, 11% in gravidanza e il restante 45% in seguito ad una interruzione di gravidanza, volontaria o spontanea).

Sono comunque dati allarmanti, che devono farci riflettere sull’opportunità di monitorare il problema ed impiegare ogni mezzo di cui disponiamo per prevenirlo.

Quali sono i fattori di rischio da considerare?

Gli studi più importanti e completi e che analizzano nel dettaglio questo aspetto, sono sicuramente quelli inglesi.

Nella maggior parte dei casi di suicidio studiati, i temi ricorrenti sono quelli collegati ad un disturbo psichiatrico, in particolare il disturbo bipolare e la psicosi puerperale, oppure all’abuso di sostanze. Queste osservazioni sono peraltro confermate anche dall’analisi dei dati dell’Emilia Romagna svolta dall’Istituto Superiore di Sanità.

I dati inglesi riportano una prevalenza del disturbo psichiatrico rispetto agli altri, ed in molti casi le donne suicide avevano avuto esperienza di ricoveri psichiatrici, a volte dopo parti precedenti. Emerge chiaramente dalla lettura di questi dati che le donne con una storia pregressa di disturbo mentale presentano un rischio molto elevato di suicidio, soprattutto nel post-partum, e necessitano di una attenzione specialistica particolare.

E’ possibile aiutare queste donne?

Certo, possiamo fare molto per aiutarle. E’ fondamentale indagare in gravidanza e nel post-partum il rischio di suicidio, soprattutto nelle donne con disturbo mentale pregresso o che manifestano un disagio psicologico generato da particolari situazioni familiari e personali, come ad esempio una gravidanza indesiderata , l’abbandono da parte del partner, l’essere vittima di violenza, o l’abuso di sostanze. Vanno identificati i pensieri suicidari, la loro frequenza ma anche il grado di intenzionalità. Bisogna cercare di capire se il pensiero raggiunge livelli di ideazione e pianificazione tali da costituire una reale minaccia per la vita della donna. Deve essere esaminata contestualmente la condizione generale dello stato mentale, inteso come manifestazioni di disperazione, agitazione e impulsività. Sulla base di queste considerazioni si valuta la gravità del rischio e quindi si mettono in atto tutte quelle procedure terapeutiche e di sorveglianza che possono contribuire al miglioramento delle condizioni della donna, e anche del bambino nel caso sia già nato.

 

Quali sono le principali osservazioni e raccomandazioni che emergono anche dagli studi internazionali?

L’osservazione principale che trova tutti gli studiosi d’accordo, è che il suicidio materno, pur essendo fortunatamente un evento raro, si presenta con una frequenza preoccupante. Questo purtroppo smentisce la vecchia convinzione che gravidanza e post-partum abbiano un effetto protettivo rispetto al rischio suicidario nelle donne.

E’ quindi importante dotare tutti i reparti materno-infantili di protocolli adeguati alla gestione delle donne a rischio.

Le donne con una storia di disturbo mentale dovrebbero essere seguite da uno psichiatra già nel corso della gravidanza, perché il rischio di una grave ricaduta anche dopo il parto è molto elevato.

Il termine ‘depressione post-partum’ non dovrebbe essere usato per indicare tutti i possibili disturbi mentali che possono presentarsi nel periodo del puerperio, perché così si rischia di ‘abbassare la guardia’ e sottovalutare la gravità di determinate condizioni, cioè quei soggetti a rischio medio-alto di suicidio che hanno necessità di essere seguiti con particolare attenzione da personale qualificato.

E’ chiaro quindi che si deve intervenire per formare adeguatamente tutti gli operatori della sanità coinvolti, ginecologi, ostetrici, ma anche i medici di medicina generale.

E soprattutto dobbiamo informare le donne e le famiglie, abbattere i tabù che ancora limitano e condizionano i comportamenti individuali e sociali.

Infine, sarebbe importante istituire anche in Italia un sistema di sorveglianza per monitorare il problema e le cause che lo determinano, e intervenire per il miglioramento della qualità dei servizi a tutela della gravidanza e della maternità.

L’auspicio è che tutte le donne possano serenamente accogliere una nuova vita e siano in grado di prendersi cura del proprio bambino.

L’intervista è stata realizzata in collaborazione con Ricerca Biomedica e Salute, Milano

Progetti correlati: