Radioterapia intraoperatoria: utile o meno?




10 Feb 2014

ELIOT (Electron IntraOperative Therapy) e TARGIT (TARGeted Intraoperative radioTherapy). Questi i nomi dei due studi pubblicati quasi in contemporanea, su Lancet Oncology e Lancet rispettivamente, che hanno mostrato i primi dati sulla radioterapia intraoperatoria (Iort) per il tumore alla mammella. Il primo condotto dall’Istituto Europeo di Oncologia, Ieo, e coordinato da Umberto Veronesi e Roberto Orecchia, il secondo dall’University College London da Jayant Vaidya con un approccio leggermente differente.
La IORT è una nuova metodica per la somministrazione della radioterapia, che prevede venga eseguita direttamente durante l’intervento chirurgico di rimozione del tumore, piuttosto che nelle settimane successive. Per far ciò si utilizza un’apparecchiatura dedicata, un acceleratore di elettroni portatile, che emette radiazioni e può essere posizionato all’interno della sala operatoria. I risultati di entrambi gli studi hanno mostrato un’identica sopravvivenza, per entrambi i gruppi di trattamento (trattamento con radioterapia convenzionale e Iort) anche se la percentuale di recidive è risultata lievemente più alta (2.5% rispetto a 0.4% nel caso dell’Eliot) nel gruppo sottoposto a radioterapia intraoperatoria, e in entrambi gli studi.
Per Umberto Veronesi però la Iort resta «un grosso passo avanti per le donne, soprattutto per quelle che vivono in condizioni meno agiate e distanti dai centri urbani, e hanno perciò maggiori difficoltà a spostarsi per curarsi». Per Roberto Orecchia «non è da sottovalutare il fatto che si tratta di una terapia meno tossica rispetto a quella tradizionale, perché viene evitato di irradiare la cute e la regione vicina al polmone e al cuore (in caso di mammella sinistra) riducendo gli effetti collaterali. La tossicità globale dell’intero trattamento per il tumore del seno risulta molto ridotta».

Ne abbiamo parlato con Antonella Richetti, Primario di Radio-Oncologia presso l’Istituto Oncologico della Svizzera Italiana (IOSI) di Bellinzona.

 

Dottoressa Richetti, perché preferire la Iort, quali sono i suoi vantaggi?

Queste metodica è stata inventata negli Usa per le pazienti con tumore alla mammella che dovevano sottoporsi a trattamenti di radioterapia piuttosto lunghi in seguito all’intervento (si parla di circa due mesi) e che non erano fattibili per tutte. Spesso, infatti, le pazienti abitano lontano e non riescono a recarsi in ospedale ogni settimana per i mesi a seguire, o ci sono liste d’attesa molto lunghe. Per questo motivo preferiscono fare trattamenti più invasivi e demolitivi, come la mastectomia che non prevede un ciclo successivo con radioterapia, invece di trattamenti più conservativi come la quadrantectomia, cui però bisogna sempre aggiungere la radio. Poterla eseguire in un’unica seduta durante l’intervento è ovviamente un grosso vantaggio per la paziente, soprattutto in termine di tempi, e organizzazione.

 

Ha davvero meno effetti collaterali per le pazienti?

Certamente, perché l’area irradiata dalla macchina è più limitata rispetto a quanto avviene con il trattamento convenzionale. S’irradia solo la parte dov’è presente il tumore e questo espone a meno effetti collaterali. Inoltre si riesce a vedere meglio la zona target, che viene identificata con maggior precisione. Questo fa sì che si riesca a essere più precisi sul volume di radiazioni da somministrare. Volume molto ridotto rispetto ai trattamenti convenzionali, in cui a essere irradiato è tutto il seno.

 

Entrambi gli studi – anche se con risultati leggermente differenti –hanno però mostrato un numero maggiore di recidive nelle pazienti sottoposte a IORT.  È un problema che si potrà risolvere?

Partiamo dal presupposto che la radioterapia intraoperatoria si può fare con diverse apparecchiature e in diversi modi: la modalità è sempre la stessa ma ci si arriva attraverso vie diverse. Gli studi condotti dall’Ieo e dall’University College London sono stati eseguiti con approcci e macchine diverse, e questo ha fatto sì che anche i risultati fossero leggermente diversi. Soprattutto nello studio condotto dallo Ieo è emerso come con la Iort, le recidive siano numericamente più elevate rispetto all’irradiazione di tutto il seno, e questa è stata un po’ una sorpresa, ma ciò non toglie che la Iort sia un approccio da considerare. Bisogna solo essere prudenti, e come dicono gli stessi autori dello studio, bisogna cercare di selezionare meglio la popolazione a cui proporla. Probabilmente è utile solo in una certa categoria o in un certo gruppo di pazienti, mentre in questi anni è stata usata a tappeto un po’ ovunque, e questo ha fatto sì che i risultati non fossero proprio quelli che speravamo.

 

Sono in programma altri studi per valutare l’efficacia di questa metodica?

In generale, sono in corso diversi studi con modalità differenti di somministrazione della radioterapia, per cercare di rivedere questo trattamento e renderlo meno invasivo. Stiamo provando diverse vie, che siano meno impegnative per le donne, sia per quanto riguarda il tempo di trattamento che gli effetti collaterali. La IORT è una di queste. Un’altra è la radioterapia parziale in cui viene irradiata solo una parte della mammella, non necessariamente durante la rimozione chirurgica del tumore. Può essere eseguita in seguito all’intervento ma riduce comunque i tempi di trattamento e la zona irradiata. Gli studi però sono ancora in corso e per poter dire che questo nuovo approccio sia equivalente al tradizionale, dobbiamo ancora aspettare i primi risultati.

 

Intervista realizzata da Cristina Tognaccini, grazie alla collaborazione con Ricerca Biomedica e Salute, Milano.

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